«Ne molto di poi venne una certa malattia nelle femine chiamata pestilentia, e morivvonne quante mai ne morissino, precipuemente era questa infirmità nelle gravide, e partorenti, e morenti insieme co' parti. Nè apportavono loro salute della malattia le preci fatte a luoghi sacri, ed agli altari degl'Iddij, ne i sacrificii purgatorii per la città, o fatti per le case private. Ed essendo in tale calamità la città si manifesta da un certo servo a pontefici, che certa sacerdotessa di Vesta chiamata Urbinia, persa la virginità faceva i sacrificii per la città non essendo essa pura. E quegli removendola da sacrificii, e punendola poi che manifestamente fu convinta, e batternola con le verghe, e portando quella per la città la sotterorno viva. E di quegli che avieno fatta tale corruttione impia l'uno ammazzò se stesso, l'altro pigliandolo i risguardatori delle cose sacre afflitto con le battiture nella piazza come servo ammazzorno, e così quella malattia di donne, e la gran corruttione di quelle subito finì dopo questa opera».

A. del M. 3589-90, di Roma 288-89, avanti C. G. 466-65. Essendo consoli Lucio Ebuzio e Publio Servilio, Roma soffrì di nuovo la peste, la quale durò due anni cioè il 288 e 89. Essa fu così fiera, che la quarta parte dei Senatori e la maggior parte del Collegio dei Tribuni ne restarono vittime. Una cruda fame raddoppiava il flagello. (T. Liv. Decad. I. Lib. 3. V. Adam. Bibl. Loim. p. 203.).

A. del M. 3590, di R. 289, avanti G. C. 465. Contemporaneamente nella città di Ceres nella Tessaglia sui confini della Macedonia v'ebbe peste devastatrice. Questa secondo le opinioni di que' tempi si tenne prodotta dall'infezione dell'aria corrotta da infesti vapori, che si erano sollevati in quelle vicinanze. (Hippocrat. de Morbo Vulgari lib. II.).

A. del M. 3602, di Roma 301, avanti G. C. 453. Anco in quest'anno vi fu peste a Roma, e terribili ne sono stati gli effetti. Quantunque i Romani viva tuttavia conservassero la memoria di ciò, che avevan sofferto per la peste dieci anni prima, non seppero guardarsene nè ripararsi da essa. Erano consoli allora Publio Curiazio, e Sesto Quintilio. (T. Liv. Decad. I. lib. 3.).

A. del M. 3619, di Roma 318, avanti G. C. 436. Il consolato di M. Cornelio Maluginense e di Lucio Papirio Crasso fu contrassegnato da una delle più memorabili pestilenze, che abbiano afflitto la città di Roma. Quest'anno il furore di essa fece in detta città le più orrende stragi; e secondo l'opinione di alcuni storici durò anco nell'anno susseguente 319. Uccise quasi tutti gli schiavi, e pressochè la metà de' cittadini. Fu preceduta da una grave epizoozia prodotta dall'aridità de' pascoli e dalla cattiva qualità delle acque. Il morbo epizootico infestò le terre di Roma nell'anno innanzi, e distrusse gran numero di animali. Indi, secondo che vi è scritto, si avventò agli uomini. (T. Liv. Decad. I. lib. 4. Briez. Annal. Mund. p. 174.)

A. del M. 3622, di Roma 321, avanti G. C. 433. Essendo consoli Cajo Giulio Giunio per la seconda volta, e Lucio Virginio Tricoste, Roma venne travagliata da pestilenza, la quale durò un anno intero. Essa non fu forse che la medesima degli anni precedenti rigermogliata. (T. Liv. Decad. I. lib. 4. Briez. Annal. Mund. p. 175.).

A. del M. 3624, di Roma 323, avanti G. C. 431. Quest'è la celebre peste di Atene, una delle più memorabili della storia, e la più famosa degli antichi tempi; quella di cui abbiamo maggiori e più esatti riscontri. Una bellissima descrizione ne lasciò Tucidide (Lib. II. Cap. 48. Lib. III. Cap. 80.). Tito Lucrezio Caro con somma eleganza e vivacità di colori ne ha tessuto parimenti la storia; così Plutarco in Vita Periclis; il Graziolo (Catalog. Pest.), ed altri ancora. La descrizione di questa pestilenza si suol riguardare, come una delle migliori, offrendo ad un tempo le notizie utili, e le tracce più sicure per l'intima conoscenza del reo malore. Tucidide essendo stato ocular testimonio di tutto il corso di questa pestilenza terribile, ed avendo accuratamente fatte le sue osservazioni, dirò così, sul campo della peste, la sua descrizione ritien quel solenne carattere di verità, che interessa, e che è cotanto pregevole. La natura vi è fedelmente dipinta nelle sue vere sembianze. Volendo io del greco originale dare al mio lettor la versione italiana, mi sono giovato di quella che fece Soldo Strozzi fiorentino. Riporto parimenti la bella narrazione di questa peste, che ci ha lasciato Lucrezio, come scelti squarci di eloquenza.

Descrizione della peste di Atene avanti la nascita di G. C. 431.

Tucidid. Lib. II. Cap. 48. Lib. III. Cap. 80. de bello Pelop.

«.... Tali furono l'esequie, che furono celebrate quello inverno, il quale passato, immediate cominciata la state, i popoli della Morea, e i loro confederati, da due lati, siccome prima entrarono nel paese che gli Ateniesi. Era loro condottiere Archidamo figliuolo di Xeuxidamo re dei Lacedemonj: e essendosi accampati, davano il guasto al paese. E stati così non molti giorni, cominciò la peste in Atene. La qual si dice, che prima fatto avea danno grande in molti luoghi: particolarmente in Lemno, e in alcuni altri paesi. Nondimeno non s'udì mai, che in altri luoghi fosse tanta peste, nè sì fatta mortalità d'uomini. I medici non sapevano trovarvi rimedio, e nel principio non s'accorsono che malatia che la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire, quanto eglino più che gli altri si approssimavano. Nè giovava loro alcuna arte umana. Nè far voti ai tempj degl'Iddij, nè ricorrere agli oracoli, ma cotai cose tutte erano vane. Laonde vinti dalla crudeltà della pestilenza, lasciarono stare ogni cosa. Cominciò l'influenza di questo morbo (come si dice) primieramente in Etiopia, la qual è sopra l'Egitto, discese poi in Egitto, e nella Libia, e nella maggior parte del paese del Re. In Atene cominciò in un subito, e primieramente toccò gli uomini del Pireo, talmente che fu detto da essi che quei della Morea avevano avelenati i pozzi (perchè ancora non v'erano le fonti). E poco di poi pervenne nella parte di sopra, e cominciarono a morire in molta maggior quantità. Dica adunque di questa cotal pestilenza, acciocchè ne sente medico, o non medico donde egli sia credibile che nascesse cotal infermità, e racconti le cause le quali lui giudica essere sufficienti a produrre in un subito tanta e sì fatta mutazione. Io narrerò a punto la cosa come la sta e dichiarerolla di sorte, che chiunque verrà dopo me considerando il tutto, se mai più si ritroverà in casi simili, sarà avertito, nè del tutto sarà ignorante. Manifesterò le cose ampiamente, perchè io stesso ho avuto tal pestilenza, e ho veduto molti altri, che l'avevano. Fu quel anno sopra tutti (come confessava ciascuno) libero da tutti gli altri mali, e s'alcuno aveva per prima altro male, subito si convertiva in questo. Quei che sanissimi erano, si ritrovarono subito da tal pestilenza infetti, senza poter conoscere alcuna precedente cagione. Primieramente sentivano un caldo eccessivo alla testa, e gli occhi loro diventavano rossi e infiammati. Di dentro le fauci e la lingua diveniva sanguinolenta, il fiato tiravano difficile e puzzolente. Quindi nasceva il sternuto e la voce loro diventava rauca: e poco di poi discendeva il male nel petto, con una tosse grandissima, e quando si fermava nelle parti del cuore dava loro molestia incredibile; vomitando tutte le sorti di collera, che sono dai medici nominate, con afflizione grandissima. Alla maggior parte veniva un singhiozzo vano, cioè che nasceva da stomaco voto, il quale concitava loro un spasimo acerbissimo, e in alcuni presto si quietava, in alcuni altri più tardi. Il corpo loro di fuori non era al toccarlo molto caldo, nè pallido: ma era alquanto rosso, traendo al livido, e coperto d'alcune minute bollicine, e piccole posteme. Di dentro talmente erano abbrucciati, che non potevano sopra le carni sopportare alcuna sorte di vestimenti, quantunque sottilissimi, nè sindone, o altro, ma stavano nudi e molto volentieri si gittavano nell'acqua fredda (il che fu fatto da molti, i quali non avendo governo si gittaron nei pozzi) sforzati da sete che mai cessava, e tanto era loro il troppo, come il poco bere. Oltre a ciò non trovavano riposo alcuno nei membri loro, nè mai pigliavano sonno. Con tutto ciò il corpo, mentre che il mal cresceva, non si lasciava superare da esso, ma faceva resistenza oltre alla opinione degli uomini. Talmente che molti per l'ardore grande che abbracciava loro gl'interiori, il settimo, overo il nono giorno morivano: non avendo in tutto perdute le forze. E se pur passavano, discendendo il male nel ventre, e tormentandolo acerbamente, generava un puro flusso. E molti per debolezza finalmente perivano. Questo morbo discorreva tutte le parti del corpo, fermandosi prima nella testa. E se qualcuno scampava da quei grandissimi pericoli, si conosceva la malvagità del male, nell'occupare egli l'ultime parti del corpo. Imperochè discendeva alle segrete parti, alle estremità delle mani, e dei piedi, e molti avendo perdute le dette membra, guarivano, e molti furono che perdettero gli occhi. Ne furono ancora di quelli, i quali di subito guariti della malattia, si dimenticarono di tutte le cose e di loro stessi, e degli amici. Imperochè essendo questa sorte di morbo più terribile di ciò, che si potesse mai esprimere, assaliva ciascuno più aspramente di ciò che sopportare poteva la natura umana. E in questo specialmente dimostrò d'essere differente dalle consuete malatie, perciochè gli ucelli e gli animali salvatichi, assuefatti al pascersi di carne umana, essendo molti corpi restati non sepolti, overo non segli approssimavano, overo avendogli gustati, di subito morivano. E il manifesto segno della grande influenza era il mancare di detti uccelli, che non si vedevano nè a torno ai corpi, nè in verun altro luogo, e dei cani i quali sono con gli uomini assuefatti. Fu adunque la pestilenza universalmente di tale natura (per non racontare molte altre sorti di calamità, e miserie, che occorrevano più a uno che a un altro). E nessuna altra infermità delle consuete, in tutto quel tempo molestò alcuno, e se alcuna ne gli occorreva, forniva in peste. Morivano tanto quelli che erano ben governati, come quelli che non erano governati, nè si trovava medicina o rimedio alcuno, del quale si potessino assicurare, che usandolo giovasse loro. Perchè ciò ch'era utile ad uno, noceva all'altro, nè corpo alcuno, forte o debole ch'egli si fosse di complessione, pareva che fosse bastante, contra tal influenza: ma rovinava indifferentemente ogni cosa: avenga che con ogni industria fosse stata governata. Crudelissima cosa era in questa malatia, che ella conduceva a disperazione tutti coloro che si conoscevano infetti di quella. Perchè a un tratto fuggiva dall'animo loro la speranza di poter mai più risanarsi, e tanto più abbandonavano se stessi, ne facevano resistenza. Oltre a ciò l'infermità era di sorte contagiosa, che l'uno volendo governar l'altro si morivano. Il che fece grandissima mortalità. Perchè se per tema di non infettarsi, restavano di visitare l'un l'altro, abbandonati morivano, e molte famiglie mancarono per non avere chi governasse gl'infermi. E se alcuno andava a governarli moriva. E questo massimamente occorreva agli uomini amorevoli, i quali vergognandosi d'abbandonare i suoi, sprezzando se stessi, andavano dagli amici. E poi che ancora questi familiari furono stracchi, vinti dalla grandezza della pestilenza, li abbandonavano, piangendo e lamentandosi di chiunque moriva. Sopra tutto, coloro ch'erano scappati da tal pestilenza, avevano grandissima compassione dei morti e degli ammalati: per aver loro provatala, e essere ormai sicuri. Perchè la peste non veniva a uno più d'una volta di modo che lo ammazzasse. E erano trà gli altri chiamati beati, e per l'allegrezza della sanità avevano una certa debole speranza di non poter mai per altre malattie morire. Erano ancora oltre a questa tribulazione, gravissimamente molestati, per le cose ch'erano state portate dalle ville nella città, e la peste era più cruda assai in coloro ch'erano dalla villa venuti. Perchè, per la gran carestia delle case, abitavano in alcune caverne soffocate, e era confusamente grandissima mortalità. E li morti giacevano l'uno sopra l'altro, e molti mezzi morti, si voltolavano per le vie e intorno alle fonti, per il desiderio grande dell'acqua. I tempj similmente, dove essi avevan stesi i loro padiglioni, erano ripieni di corpi morti. Conciosia cosa che per la violenza della peste non sapevano gli uomini quel che si fare, e avevano perduta la riverenza delle cose sacre e sante. E la jurisdizione delle sepolture, le quali per prima usavano, era stata confusa, e disturbata, sepellendo ciascuno dove poteva. E molti per la moltitudine dei suoi di casa, morti innanzi, per carestia delle cose necessarie, li mettevano nell'altrui sepolture; perchè avendo alcuni apparecchiate le pire per i loro ammalati che tuttavia morivano, alcuni altri anticipando il tempo, mettevano il morto loro sopra esse, e vi mettevano il fuoco: altrimente che il corpo altrui tuttavia abbrucciava, gittato di sopra il morto che portavano, si dipartivano. Dal quale atto cominciò primieramente nella città un cattivo costume, il qual di poi si è steso in cose maggiori. Perchè più facilmente ardiva alcuno di fare quelle cose, delle quali prima si asteneva, per non far cosa veruna con dilettazione. E vedendo essi sì subita e sì gran mutazion della fortuna, e conoscendo che i ricchi di subito perivano, e che a un tratto quei che non avevano cosa alcuna, ereditavano le sostanze di quelli, volevano darsi al godere tutt'i solazzi, istimando che la vita, e i danari non dovessero molto tempo durare. Nè era alcuno, il quale per onestà che gli fosse proposta, volesse pigliare un minimo disagio, non essendo certo della vita, o della morte, innanzi che a tale onestà pervenisse. E tutto quello che da ogni parte dilettava l'animo suo, e era grato, quello giudicava essere onesto e utile. Non raffrenandosi per paura degl'Iddii, o per timore delle leggi umane: pensava che tanto valesse l'essere pio, come empio, vedendo che parimente tutti morivano. Nè temendo che s'avesse a venire a tanto, ch'egli vivesse per fino al tempo che fosse castigato dagli errori suoi. Ma vedendosi ormai soprastare una pena maggiore, già determinata, volevano tutti quanti innanzi che pervenissero a quella, godersi alquanto la presente vita. Da tal calamità adunque erano oppressi gli Ateniesi, morendo loro le genti dentro alle mura, e di fuori essendo rovinato il paese. Nella quale calamità (com'è credibile) fra l'altre cose si riducevano a memoria questo verso dicendo i più vecchi solersi anticamente cantare: