A. del M. 3656, di Roma 355, avanti G. C. 399. La state di quest'anno fu assai trista per li Romani. Essi videro perir di peste in gran numero gli animali; al che successe la mortalità, e ben fiera, degli uomini. Per liberarsene avendo essi in vano usate supplicazioni e sacrificj diretti a placare gli Dei, dietro interpretazione de' libri Sibillini, rinnovarono la cirimonia del lectisternium, o sia di por letti nel tempio intorno ad una tavola carica di vivande (T. Liv. Decad. I. lib. 5.).

A. del M. 3663, di Roma 362, avanti G. C. 392. Essendo consoli Lucio Valerio Petito, e M. Manlio Capitolino presso grande siccità, e calore straordinario si rinnovò la peste nella campagna di Roma. Nulla di più si conosce sul conto di essa (T. Liv. Decad. I. lib. 5.).

A. del M. 3666, di Roma 365, avanti G. C. 389. Fatta l'irruzione de' Galli in Italia e dopo la famosa battaglia, da essi vinta contro i Romani presso Caminate e Rio del Mosso, si sviluppò nel loro esercito la peste, la quale fece secondo suo costume non poche stragi fra le truppe vittoriose (T. Liv. Decad. I. lib. 5.).

A. del M. 3671, di Roma 870, avanti G. C. 384. Roma fu nuovamente afflitta dalla peste. Durò poco, e li suoi mali effetti non furono gran fatto considerevoli. Ciò avvenne poco dopo la morte di M. Manlio Capitolino, che aveva salvato il Campidoglio, e che poi fu precipitato dalla Rupe Tarpea (T. Liv. Decad. I. lib. 6.).

A. del M. 3689, di Roma 388, avanti G. C. 366. Sotto il consolato di Lucio Genuzio e Q. Servilio Ahala più atroce peste infestò Roma in quest'anno. Oltre un censore, uno degli edili, e tre tribuni, perirono in essa Marco Furio, e il gran Camillo, risguardato qual altro Romolo per aver cacciato da Roma i Galli (T. Liv. Decad. I. lib. 7., Plutarc. in Vita Camilli).

A. del M. 3691, di Roma 390, avanti G. C. 364. In quest'anno la peste vi ripullulò, ma con più veemenza. Tratti i Romani dalla superstizione ch'essa non cesserebbe, se non conficcatosi il chiodo dal Dittatore, avvenne che fosse eletto Manlio a quell'ufficio, e la superstiziosa cerimonia si eseguì nel tempio di Giove Capitolino. La peste, giunta naturalmente al suo fine, cessò. Ciò fu sotto il consolato di Cajo Gemizio e di Lucio Emilio Mamerco (T. Liv. Decad. I. lib. 7. ec. Briezio Op. cit. P. Kircher. Op. cit.).

A. del M. 3695, di Roma 394, avanti G. C. 360. Regnando Filippo padre di Alessandro v'ebbe peste fiera in Macedonia (Aristotel. Meteor. Cardan. de Venenis).

A. del M. 3706, di Roma 405, avanti G. C. 349. Sotto il consolato di M. Aurelio Cervino, e M. Pompilio Lena la peste improvvisamente assalì Roma. Poco vi si estese, e pochi ne furono i danni (T. Liv. Decad. I. lib. 7.).

A. del M. 3720, di Roma 419, avanti G. C. 335. Peste in Roma. Erano consoli Tito Vetturio e Spur. Postumo Albino (T. Liv. Decad. I. lib. 8.). Verosimilmente vi si riprodusse nell'anno 3723.

A. del M. 3723, di Roma 422, avanti G. C. 332. Attribuitasene volgarmente la cagione di questa pestilenza a veneficio, censettanta matrone Romane, come ree di questo delitto, furono condannate a morte. Sono periti nel corso del morbo i consoli, cioè M. Claudio Marcello, e Cajo Valerio Fiacco (T. Liv. Decad. I. lib. 8.).