Il giorno dopo la morte del giovanetto sopraindicato, cioè il dì 11 Luglio, cadde malato certo Boyal, uno dei passeggieri venuti di Levante colla nave Chateaud, stato messo a pratica nella città il giorno 14 Giugno, come s'è detto. Il chirurgo, che lo curava, gli trovò un bubone sotto un'ascella, e denunciò il fatto alla Sanità. Vennero tosto apposte guardie alla porta; e il Boyal, morto lo stesso giorno, fu la sera trasportato e seppellito al Lazzeretto dai bastazzi, che vi erano tenuti chiusi. Si trasportarono pure al Lazzeretto tutti gli abitatori di quella casa, che fu poi fatta chiudere; e quindi a tutti quelli, che avevano visitato il Boyal, si ordinò di star riservati nelle proprie abitazioni, e di usar dei profumi.
Dopo queste prime costernazioni del morbo si passarono alcuni giorni in un'ingannevole calma. Già la gente incominciava a riaversi dei concepiti timori di peste, ed applaudiva alle ordinate precauzioni; ed il popolo, facile a volgersi e ad essere illuso, attribuiva le seguite morti a tutt'altra specie di morbi. Ma il male pullulava segretamente di mezzo a così cieca credenza, ed alle improvvide direzioni de' Magistrati. Non tardarono molto a manifestarsi nuove insorgenze nella medesima contrada della Scala, in quella dell'Oratorio, alla Piazza de' Predicatori, ed in parecchi altri quartieri della città, andandone estinte intere famiglie. Le dette famiglie prime attaccate, furono quelle dei sarti, de' rigattieri, e d'alcuni famosi contrabbandieri.
M. Peyssonel, il padre, che serviva nell'ufficio di Medico della Carità, e di gran pratica nell'esercizio dell'arte sua; dall'aver osservato parecchi malati, infermati con buboni e carbonchi, che morirono in poche ore, convinto che quel morbo realmente fosse peste, ne avvisò il dì 18 Luglio i Magistrati. Essi invece di uniformarsi al giudizio di quell'uomo dotto, ed esperto, nominarono per visitare i malati altro chirurgo, il quale per ignoranza o per gelosia dichiarò che la malattia era una febbre verminosa semplice e senza contagio. Dopo questo fatto gli altri medici si tacquero, per non esporsi alla stessa mortificazione ricevuta dal loro collega. Così il contagio fece progressi spaventevoli. Qui M. Bertrand, quantunque lontano dall'adottare le false prevenzioni del popolo, risguardanti l'apparizione de' segni celesti, che precedono le grandi calamità, fa menzione del seguente fenomeno. Il dì 21 Luglio essendo il cielo coperto di nubi, minaccianti pioggia, si fece nella notte un temporale così terribile con lampi e tuoni tanto spaventevoli, che non v'era memoria di alcun altro simile giammai accaduto. Tutta la città ne fu in somma angustia e spavento. Molti fulmini cadettero sopra diverse case senza offender nessuno. Questi tuoni spaventevoli si risguardaron dal popolo, quai segnali di terribile mortalità. A quel tempo il contagio, superato ogni argine, si sparse rapidamente in tutti i quartieri della città. Il giorno 23 Luglio morte quattordici persone nella sola contrada della Scala, e cadute inferme molte altre, che morirono il dì seguente, lo stesso parroco della contrada si recò al Magistrato della Sanità per denunziar questi fatti. La costernazione fu somma in tutta la città. M. Peyssonel, col chirurgo deputato dal Magistrato, continuarono a visitare i malati, e sulle loro dichiarazioni si continuò a farli trasportare al Lazzeretto, sempre di notte per non ispaventare il popolo. M. Peyssonel, carico d'anni e d'acciacchi, rimise al proprio figlio, pur esso medico, l'incarico di cotali visite. Questo giovane non prevedendone le conseguenze, sparse il terrore in tutta la città pubblicando che la peste era già in tutti i quartieri di Marsiglia. Scrisse lo stesso ne' paesi confinanti; lo che diè motivo che i vicini si mettessero in gravissima combustione, per cui restarono intercette tutte le comunicazioni colla città. Di già il Parlamento di Aix aveva pubblicato, in data 2 Luglio, un decreto, in forza del quale era proibito sotto pena della vita ogni comunicazione con Marsiglia. Appresso cominciò la carestia a farsi sentir nella città crudelmente. Cominciava già il popolo ad ammutinarsi. Si cercò riparo, stabilendo tre mercati, uno a due leghe da Marsiglia sulla strada d'Aubagne, l'altro su quella d'Aix, ed il terzo a l'Estagne per le provenienze di mare. Là i venditori, separati dai compratori col mezzo di barricate, provvedevano alla sussistenza degli abitanti della città; ma questo provvedimento non poteva, che in parte, supplire ai bisogni.
Il pubblico infrattanto mormorava, del non esser stati ordinati medici di riputazione alla visita dei malati sospetti; ed ognuno instava con parole ed ufici, perchè si passasse formalmente a darne un giudizio deliberato sulla vera natura del male. Dietro queste pubbliche voci e lagnanze sono stati nominati dal Magistrato quattro medici dei più accreditati, cioè i signori Bertrand, Raymond, Audon, e Robert, ciascuno col suo chirurgo ed un giovane pratico. Essi tra loro si divisero la cura di tutti i malati della città. Appena visitati alcuni malati, dichiararono al Magistrato della Sanità, non esser più luogo a dubitare che la malattia non fosse vera peste, ed anche la più terribile che fosse comparsa da molto tempo[36]. Importunati dalle istanze, e dalla curiosità de' cittadini non tardarono essi a soddisfarla, manifestando ciò, che avevano di fatto riconosciuto. La dichiarazione di questi medici non trovò maggior credenza nell'opinione dei Magistrati, e nel pubblico, che quella, fatta qualche giorno prima dai dottori Peyssonel e Sicard. Il Magistrato di Sanità, lungi dal prestar fede a relazioni sì autentiche, fece affiggere un avviso, col quale annunciava, che quelli, che sono stati nominati alla visita de' malati, hanno finalmente riconosciuto che la malattia, la quale dominava, non era che una febbre maligna ordinaria, cagionata dai cattivi alimenti e dalla mendicità. Il che pur mostrava qualche apparenza di verità; dappoichè fino allora la malattia non aveva attaccato, che famiglie povere, e particolarmente i ragazzi; oltredichè, nella maggior parte de' casi, il morbo era accompagnato da gran quantità di vermi, che i malati evacuavano sì per bocca, che per secesso. M. Michel d'altra parte, medico del Lazzeretto, scriveva che i malati che gli s'inviavano a quel luogo, non avevano altro male che la noja di esser chiusi, e la lue venerea. Chi volesse giustificar il Magistrato, potrebbe dire ancora, ch'esso fece pubblicar questo avviso col solo oggetto di tranquillare lo spirito del popolo, e per impedire ch'esso non si abbandonasse alla costernazione ed allo spavento.
Infrattanto, sia che non si risguardasse più il male come contagioso, sia che tutte le infermerie del Lazzeretto fossero già occupate, non s'avviarono più i malati a questo luogo come per l'innanzi. Il perchè, crescendo ogni giorno più il numero de' malati e dei morti, si aumentarono in proporzione le ragion del contagio. Coll'accrescersi i bisogni pubblici, e l'urgenza di provvedere a tanti malati, ed al seppellimento di sì gran numero di morti, s'accrebbero in proporzione l'imbarazzo, e la confusione de' Magistrati, i disordini e lo spavento fra la popolazione.
La truppa, chiusa nella cittadella, mancandole sussistenza e sussidj, minacciava la città, chiedendone provvedimento. Ciò accresceva le angustie nella carestia di tutte le cose, delle quali si abbisognava. Il corpo delle galere stazionando allora a Marsiglia, nuovo grave imbarazzo per quelli, ch'erano al governo della città, sarebbe stato il provvedere anche ai bisogni di questo numeroso corpo, contando allora più di diecimila persone; ma gli officiali comandanti si condussero con mirabil saggezza, a tale, che formava sorprendente contrasto con l'imprudenza degli officiali municipali. Ai primi sentori di peste nella città fecer quelli tirar al largo le galere, spedirono uno dei loro medici, ed un chirurgo a visitar malati nella città, onde assicurarsi della vera natura del morbo regnante, e così liberarsi da ogni e qualunque incertezza. A M. Perrin, medico, ed a M. Croizet, chirurgo, fu imposto di eseguire sì fatta commissione. La eseguirono essi il dì primo Agosto, e nella lor relazione, indirizzata al Comandante delle galere, dichiararono: che la malattia era pestilenziale, contagiosissima; e ch'era necessario usare le più grandi precauzioni per prevenirne le conseguenze. Assicurati della verità del fatto, gli officiali delle galere presero tosto le opportune precauzioni, fecero ritirare i loro bastimenti al largo dalla parte dell'arsenale, e con una palizzata li separarono dal resto del porto; rendettero isolati nell'arsenale tutti gli equipaggi, mettendo barriere a tutte le uscite, come se fosse una città assediata; deputarono alcune tartane a trasportar giornalmente da Tolone, e dal porto di Bouc legne, carbone, farina, carne, vino, e tutte le cose necessarie alla vita, che alcuni provveditori, nominati dai comandanti, avevano cura di opportunamente allestire. Di tal modo trovavansi sopra le galere, e nell'arsenale, ed a modico prezzo tutti i generi di vittuaria, de' quali aveasi bisogno, mentre che, ad onta d'una spesa immensa, riusciva difficile, od impossibile alla città il fornirsi delle cose occorrenti.
Ciò non pertanto, le comunicazioni fra la città e le galere erano state libere fino allora, ed era ben difficile che qualcuno dell'equipaggio non avesse già contratta l'infezione, o qualche morboso seme non vi fosse stato trasportato per entro ai navigli con altro mezzo. E di fatti, la peste si manifestò nella galera la Gloria. Due forzati caddero malati, uno il 31 Luglio, l'altro il dì primo Agosto. Quindi il male si sparse insensibilmente fra le ciurme, attaccò gli equipaggi, e finalmente si diffuse anche tra le famiglie rinchiuse nell'arsenale. I periodi della maggior mortalità della malattia nelle galere e nell'arsenale seguirono dappresso quelli della città, non così però riguardo alla loro rapidità, e violenza; ed è ben lungi che abbia fatte le medesime stragi, nè durato tanto. Nel Settembre la malattia a bordo delle galere e nell'arsenale fu nel suo forte, e ne' mesi seguenti andò sempre più declinando. Il maggior numero dei malati fu dai 25 ai 30 al giorno, ed alla metà dì settembre il numero dei morti giunse al più a 17 in un giorno. In Agosto morirono 170 persone, in Settembre 286, in Ottobre 189, in Novembre 89, in Dicembre 37: in tutto 771. Ne' mesi di Gennajo, e Febbrajo non vi ebbero che 7 od 8 morti. In Marzo la malattia cessò intieramente sulle galere. Per merito delle precauzioni usate, e delle sagge misure opportunamente prese, e forse anco in forza della situazione, e delle diverse circostanze de' luoghi la malattia non fece grandi progressi sopra la detta flottiglia, e nell'arsenale. Di 10,000 persone non ne caddero malate che da 1300; e di queste, 782 soltanto ne sono morte, come ho già detto di sopra.
Nella città tutto era disordine, e confusione. Erasi trascurato di regolar per tempo le cose, e porsi opportunamente in difesa. Gl'inconvenienti, e gli errori si tenevan dietro l'un l'altro, e crescevano in proporzion della gravità del pericolo, dell'urgenza de' bisogni, e dello spavento. Di molti consigli venivano sposti ai Magistrati, ma essi non sapevano più a qual partito appigliarsi. L'ultima opinione era d'ordinario quella, che prevaleva sopra i suggerimenti più saggi. In fine venne accolta avidamente la proposizione di certo medico, che fu M. Sicard; il quale, avendo letto, che Ippocrate, quando la peste desolava l'Attica, aveva fatto accender de' fuochi per le strade di Atene a purificarne l'aria, aveva pur consigliato di accendere i fuochi a cinque ore della sera per tre giorni seguitamente dinanzi ad ogni casa, e sulle piazze pubbliche, e di bruciare dello zolfo negli appartamenti per spurgarne le suppelletili, e vestimenti. Ciò si eseguì, e l'atmosfera per tre giorni continui fu coperta da un fumo nero ed ardente, che avendo aumentato il calor naturale della stagione, e del clima, parve conferir al contagio nuovo alimento, e vigore. In fatti allora il veleno pestilenziale si spiegò con tal violenza, che giunse a spaventare anco i più intrepidi; e vide il pubblico con suo rammarico consumata inutilmente una sì grande quantità di legne, donde teneva doverne averne gran disagio in appresso. Gli abitanti disertarono le loro case, e i più timorosi già s'eran giovati della libertà delle comunicazioni, andatisi a rifugiare in altre città, e in altre provincie. Quelli poi, che guidati da una cieca prevenzione, fin allora erano stati increduli, quando furono deliberati di partire, ne trovaron chiuse tutte le uscite, e guardate tutte le strade; sicchè furon costretti, o di ritirarsi alla campagna, o di rinchiudersi nelle proprie case. Ciascuno era divenuto sollecito di approvvigionarsi di viveri, e di trasportar fuori della città le proprie masserizie. I mezzi di trasporto, quantunque in gran numero, non bastavano a soddisfare la smaniosa sollecitudine di quelli, che colti da timore fuggir volevano dalla città. Le genti del popolo, che non avevano case di campagna, andarono a ricoverarsi sotto tende nella pianura di s. Michele, altri sulle rive del Veaune, e lungo i ruscelli, che bagnano il territorio, altri su i bastioni, altri salirono sulle vicine colline, altri finalmente cercarono asilo fra le rupi, e nelle caverne. Le genti di mare s'imbarcarono colle loro famiglie sulle navi, sopra barche, ed anche entro a piccioli battelli, tenendosi al largo dalla riva, presentando così lo spettacolo di una città galleggiante. Le religioni uscirono de' lor monasteri, e seguirono nella fuga i lor parenti, od amici. Gli ufficiali della giustizia, quelli dei municipj, i direttori degli spedali, in somma quasi tutti gli impiegati cercaron fuori della città un rifugio contro la peste; ma sventuratamente questi infelici fuggiaschi portavan già seco nella lor fuga il fatal seme del rio morbo, che poscia doveva ucciderli. I membri, come diconsi, del Magistrato Sanitario stettero fermi al loro posto, e fra gli ecclesiastici restarono nella città i parochi, ed i vicarj. Questi uomini rispettabili, animati dall'esempio del lor capo, e venerando vescovo monsignor Belzunce, usarono al pari di esso d'un coraggio veramente eroico, e una carità maggior di ogni elogio. È difficile portare queste virtù a cotanto alto grado, come le portò in quella terribile congiuntura il sullodato monsignore Belzunce. Appena si dichiarò che sussisteva la peste nella contrada della Scala, come s'è soprattocco, egli chiamò a se i parrochi ed i superiori delle comunità. Animato da quell'ardente zelo che le circostanze rendevano sì necessario e sì grave, non durò gran fatica ad ispirarlo nel cuore dei suoi cooperatori. Prescrisse loro la maniera di condursi in quei tempi di calamità; e qual novello s. Carlo per tutto quel tempo, che durò il contagio, si vide per tutto, dove la salute del popolo richiedeva la sua presenza.
L'ospital civile, che conteneva gl'infermi di altre malattie ordinarie, venne chiuso per lo timore, che, accogliendo nuovi malati, non vi s'introducesse la peste.
Il Governatore comprese ben tosto la necessità di stabilire degli altri spedali. Si elesse a quest'uopo l'edificio della Carità, luogo il più adatto per la sua situazione, e disposizione interna, e per la sua vastità. Il Governatore n'aveva anche per assoluto ordinato lo sgombramento, e l'istituzione di questo nuovo spedale; ma bisognava darne incomodo ai religiosi, che lo occupavano, perciò la cosa trovò qualche obbietto, e il piano non si eseguì. Passarono ancora otto giorni prima di deliberar per trovare altro luogo; ed intanto i malati s'accumularono da per tutto, e ben tosto si appalesò quella confusione, e quel disordine, la cui sola ricordanza ancora fa inorridire. Si deliberò finalmente di formar uno spedale nel luogo dei Convalescenti, appartenente all'Hôtel-Dieu; ma ben presto si riconobbe che pur esso era troppo angusto; mentre ne fu riempiuto in men di due giorni. E siccome i malati vi accorrevano in folla, così fu forza collocargli, misti coi buoi e cavalli, in una grande stalla, vicina al succennato spedale.