Due medici offrirono spontanei l'opera loro per li bisogni del detto spedale. Accettata l'offerta, essi vi restarono chiusi. In quella cura vi adoperarono reiterate cacciate di sangue, ed i purgativi; ma questo metodo riuscì manifestamente dannoso: perchè la mortalità vi fu estrema. Dopo alcuni giorni tutti due questi medici furono attaccati dal contagio, ed in poche ore ne morirono pur essi.
Il Magistrato di Sanità non lasciò di pubblicare parecchie ordinazioni, dalle quali si prometteva trar buon partito per la salute pubblica. Una d'esse fu quella di far uscire della città tutti i vagabondi, e' mendicanti forestieri. La storia però non riferisce che a quest'ordine siasi dato esecuzione. In fatti dove mandargli? Quale asilo poteva trovare cotesta classe d'individui, che già pericolosi per la lor professione, lo diventavano ancora più, essendo cacciati fuori da una città appestata? Altre ordinazioni risguardarono gli oggetti annonarj, e la polizia delle strade. D'ordine dello stesso Magistrato si levarono quattro compagnie di soldati, che divisi in parecchi corpi, furono disposti fra i quattro quartieri, dove era più urgente il bisogno, sotto gli ordini di un commissario di Sanità. Questo commissario era incaricato di distribuire pane ai poveri del quartiere, di sporre lo stato de' malati nelle respettive famiglie del proprio quartiere, e di sorvegliare, perchè fosser curati, ed assistiti col minor pericolo, che si potesse, delle persone rimaste sane. Ma queste sagge disposizioni non furono eseguite, dappoichè esigevan esse quella certa calma e quella tale regolar vigilanza, che difficilmente si può conservare in mezzo agli orrori di sì terribili giornate, in cui ognuno vedeva la falce di morte già vibrare il colpo sul proprio capo. In pochi dì si diffuse l'infezione per tutte le contrade di Marsiglia. Le notti erano troppo brevi da poter trasportare tutti i cadaveri; quindi fu forza farne il trasporto anche di giorno, appalesando così al pubblico le immense perdite che andava facendo: il che fin allora con somma cura s'era cercato di occultare. I vagabondi e' girovaghi, che per avventura non aveano obbedito all'ordine, che li cacciava della città, furono obbligati a servir da becchini, e a levar i cadaveri, che giacevano ammucchiati nelle case. D'ordinario costoro gli strascinavano per li piedi giù dalle scale; o li gittavano dalle finestre, rotolandoli poi per le strade. Lo strepito delle carrette mortuarie, misto al fremito, che cagionava il rotolamento dei cadaveri, metteva un orribile spavento negli animi; ed ai sani, non che ai malati, faceva gelar il cuore di raccapriccio. Tutte le botteghe erano chiuse; chiuse le chiese, i tribunali di giustizia, e tutti i luoghi pubblici; era interdetto il commercio, sospeso ogni lavoro, e le aziende degli uffizj ecclesiastici, e civili. Un funebre lutto copriva la città; un cupo melanconico silenzio da per tutto regnava, e su tutti. Ogni legame di amicizia e di parentela era sciolto. I parenti schivavano di vedersi l'un l'altro; si fuggivan gli amici tra loro, e si temevano i vicini. Ognuno sembrava formare una società a parte, ed avrebbe voluto ciascuno, se fosse stato possibile, riservare a se solo l'aria, che respirava. Mancavan le cose più necessarie alla vita, e gli alimenti non si prendevano, che con ispavento, e colla più grande circospezione. L'ospitale traboccava di morti, e di moribondi, le strade seminate di malati, e di agonizzanti, i bastioni delle mura coperti di tende, ricoverandovi i più presso a mancare. Nella faccia d'ognuno leggevansi lo spavento, e il terrore; e quella angosciosa sollecitudine di garantirsi con ogni più possibile mezzo da sì tremendo malore, che tien l'animo in un continuo tremito di desolazione e d'ambascia, e che ben predispone alla malattia. Ogni giorno sentivasi la perdita di più amici e parenti, nè più si osava di chieder conto delle persone più care. I movimenti della natura, e le voci dell'amicizia erano repressi alla vista spaventevole e continua di una vicina morte. I padri, e le madri si defraudavano della dolce consolazione di vedere i loro figli, i figli abbandonavano i languenti lor genitori, il fratello la moribonda sorella, e stupido e muto restava in loro ogni sentimento della natura. L'opulenza la più doviziosa non bastava a procurare i soccorsi anche de' più comuni. Il ricco in mezzo al suo oro mancava, al pari del povero, di tutto, e l'un e l'altro languiva nell'abbandono e nella miseria. Queste catastrofi di orrore e di desolazione incominciarono nell'Agosto, e si fecero in seguito sempre più spaventevoli e orrende; che appunto circa il primo di Agosto arrivarono a Marsiglia due medici da Montpellier, il Chicoaneau e il Verny, inviativi dalla Corte Sovrana per recarne un definitivo giudizio sulla natura della malattia, e suggerire i necessarj soccorsi. Chi 'l crederebbe! Questi due professori medici, che per la loro riputazione s'erano meritati un sì onorevol favore della sovrana confidenza, preser pur essi un grossolano errore sulla natura del male, quantunque fosse omai arrivato ad un punto da escludere ogni dubbio ed ogni incertezza anco fra le persone, che non fosser dell'arte. Essi nol ravvisarono per peste; ma dichiararono che «quel morbo, il quale metteva pure cotante stragi e scompigli, non era che una febbre maligna, cagionata dalla corruzione e dai cattivi alimenti». Ignoranza tanto funesta, quanto più si aveva del lor sapere la maggior confidenza! Ciò non pertanto cotesti signori medici stimarono prudente consiglio di non trattenersi molto in Marsiglia; perchè dopo dieci giorni se ne partirono dalla città carichi di onori e di regali, ritirandosi ad Aix.
Il giorno dopo la loro partenza sulla relazione da essi indirizzata al Governatore della città, ed al Magistrato di Salute, si è creduto dover pubblicare un avviso, col quale si avvertiva il popolo che «la malattia, che regnava nella città, non era pestilenziale, ma solamente una febbre maligna contagiosa, della quale si sperava di poter in breve arrestare i progressi». Questo avviso riassicurò il popolo, il quale da quel momento incominciò a rallentare le precauzioni, e a comunicare più liberamente[37]. Monsignor lo vescovo ed i magistrati furon costretti di cedere alle istanze e alle sollecitudini del popolo, permettendo che si facesse la solita processione di s. Rocco, la cui protezione in quella calamità si rendeva tanto più necessaria. Intanto la peste, a guisa di rapido torrente, che superato ogni argine, che lo intrattiene, tutto invade e distrugge, circa la fine di Agosto di sì fatta guisa s'era accresciuta e diffusa, che uccise in pochi dì immenso numero di persone, giovani e vecchi, deboli e forti, poveri e ricchi indistintamente, riempiendo tutta la città di disperazione e di pianto.
Nel mese di Settembre la mortalità colse fino a mille persone al giorno. E qui come descriver gli orrori di quelle tristissime e terribili giornate! Quale spettacolo presentava Marsiglia! Quella città sì ricca, sì fiorente, sì popolata pochi mesi prima, era divenuta squallida e deserta, e rimasta in preda alla desolazione, al pianto, all'indigenza, alla morte. Nelle case le più delle porte e delle finestre erano chiuse, il lastrico delle strade da una parte e dall'altra tutto coperto di malati e di moribondi, parte distesi in sul nudo terreno, parte sopra materassi ma tutti senza soccorso di sorta. In mezzo alle strade e sulle piazze pubbliche non si vedevano che cadaveri mezzo putrefatti, logori cenci, e masserizie miste col fango, e carrette cariche di morti, parte strascinate dai forzati, e parte abbandonate, perchè non vi aveva chi le conducesse. La strada Delfina in ispezieltà offeriva uno spettacolo spaventevole e orrendo. Dessa era quella, che conduceva all'ospitale. Tra gli appestati, rimasti soli nelle lor case, e per conseguente privi di ogni sussidio e d'ogni assistenza, i poveri, i quali mancavano di tutto, tentavano ogni mezzo, e, dirò così, facevano gli ultimi sforzi per giugnere fino a quell'asilo, dove speravano trovar ajuto e ricovero; ma sovente venivan meno ad essi le forze prima di giungervi, o, come v'erano giunti, non vi trovavano luogo, perchè tutti i posti v'erano già occupati; quindi dovendo essi tornar indietro, e isforzandosi di ricoverarsi ancora, donde eran partiti, mancando loro ogni lena, cadevano sfiniti a terra, e tra poco pur colà si morivano. Altri, corrucciati da ardentissima sete, appressavansi ai ruscelli, scorrenti di mezzo alla strada, per bagnarsi la lingua e le labbra, fatte aride per l'ardore del male, e, coricatisi appena, esalavano così in mezzo all'acque l'ultimo fiato. Ma perchè non mancasse alla desolazion di Marsiglia nessuno di quegli orrori, onde fu percossa Gerusalemme, pur là donne si videro spirare coi lor bambini, attaccati ancora alla mammella. Quella strada, che ivi corre cento ottanta tese di lunghezza sopra cinque di larghezza, era tutta così affollata di malati, e ingombra di morti, che non vi si poteva muover passo, che non ne fossero calpestati. Chi varrebbe mai a ricordare e descrivere appieno tutti i patimenti e languori di tanti malati? Alcuni furono, ai quali, morti tutti i loro congiunti, ed amici, rimasti soli in casa senz'alcun ajuto e soccorso, la vita medesima era restata a più grave stento, e sciagura. Nè potendo più reggere, nè intrattenersi in que' luoghi, dove tutto ad essi le funeste perdite ricordava; quindi abbandonavan la propria casa per riporsi di mezzo alle strade: parecchi arrestavansi in sulla porta, ritenutivi dalla debolezza, o dalla vergogna di mostrarsi in pubblico, ridotti a cotanto estrema miseria. Quivi i più finivano angosciosamente la vita. Altra specie di malati, la cui condizione era misera ben più d'assai, vedevasi pur sulle strade. Era questa formata di que' fanciulli, i quali dagl'inumani lor genitori, in cui lo spavento del male aveva soffocato ogni sentimento della natura, erano messi fuor dalla porta delle loro case, con postogli indosso uno sdruscito panno, ed una scodella in mano: cosa inverisimile, ma vera, venendone confermata dal celebre storico M. Bertrand, che fu di tutta questa pestilenza testimonio oculare. Que' fanciulli infelici con sì tristo corredo si trascinavano essi medesimi, quanto più potevan, lontano. Alcuni, dopo fatto qualche passo, cadendo, morivano, ai primi sforzi; altri si fermavano al sentirsi venir meno le forze, rialzandosi poscia, e così a più riprese giungevano al luogo ad essi proposto. La più parte credevasi felice, quando dato l'era di potersi allogare in sui gradini di qualche porta, sopra una panca o di legno, o di pietra, sopra la balconata di una bottega, o dietro qualunque riparo, che lor si fosse offerto, formandone quivi suo letto. In questo mezzo, ahi crudeltà, si contrastava loro anche sì fatto asilo. Ognuno naturalmente temeva dell'avvicinamento di un appestato e ognuno cercava di allontanarlo dalla propria casa. A questo fine di tratto in tratto si gittava dell'acqua sulla strada, e su i limitari delle porte; altri ne lordavan le soglie, e' gradini con feccia di vino, perchè i malati non vi si adagiassero. Per tal modo cotesti infelici, cacciati da tutti, e da ogni luogo rispinti, trascinavano, a grave stento, il resto di una moribonda esistenza in sulle piazze pubbliche le più vicine, dove speravano di poter più liberamente morire.
Sopra queste pubbliche piazze appunto era orribile cosa il vedere da dugento a trecento di questi miseri, abbandonati a tutto il rigore di una violentissima malattia, il patir de' quali diventava più atroce per la mancanza de' comodi necessarj, e per la privazione di ogni ajuto, e d'ogni assistenza. Ad un solo sguardo vedevasi la morte, su cento volti e cento, differentemente dipinta, a tristi e diversi colori e segnali. Uno aveva il viso pallido e cadaverico, l'altro rosso ed infiammato; a chi erasi fatto livido, e pavonazzo; a tale altro di color quasi violetto; e cento altre specie di tinta, che tutti gli sfigurava. Alcuni avevano gli occhi mezzo spenti, altri ben troppo vivi ed accesi; quindi languidi gli sguardi di quelli e tristi, di questi erano forti, e truci eziandio irregolarmente: tutti però si mostravano all'aspetto pieni di turbamento, e di spavento, a tale da rendere sconosciute e ignote le lor fattezze. Chi giacea coricato; chi se ne stava mutolo, e quasi come stupido; chi preso da delirio non cessava di parlare; chi rimaneasi immobile, e chi si dimenava smanioso e irrequieto, per modo, che la piazza non aveva abbastanza di spazio per dare sfogo all'acerba loro inquietudine. E siccome la peste assume i sintomi di tutte le altre malattie; così sentivasi ogni sorta di lamenti per le differenti specie di dolori e di mali: que' della testa erano acutissimi, e così di tutte altre parti del corpo; vomiti fieri e soffocanti, stiramenti di ventre corrodenti, carbonchi, che abbruciavano; in somma tutto era un cumulo, raggruppato d'ogni spezie di morbi, che diventavano più violenti, e crudeli per cagione del freddo, che gl'infermi prendevano nel corso della notte, riconosciutosi che la traspirazione dava più riposo e più sollievo ai malati, che tutti gli altri rimedi.
Entrando poi nell'Ospitale, quale tristo spettacolo, e spaventoso! quale scena di turbamento e di affanno schiudevasi al guardo renduto immobile per raccapriccio! Vedeansi per ogni dove affollati gl'infermi e i moribondi, parte distesi sul nudo terreno, parte in sulle panche di pietra, frammischiati e confusi senza distinzione di sorta. Ogni angolo, ed ogni sito n'era occupato. Quelli, che giacevano men disagiati, non altro s'avevano che un pagliariccio, senza lenzuola, e senza coperte, tranne que' pochi, che occupavan le sale; gli altri tutti eran privi di comodi, e d'ogni assistenza, abbandonati a' sergenti, e a' famigli duri e crudeli, che non s'eran preso quel carico, pur periglioso, se non per poter più liberamente ladroneggiare, e rapire. La maggior parte di que' malati avevano portato seco tutto il denaro e le cose preziose, che possedevano, quasi come in luogo di sicurezza; e mentre sentivansi avvicinar l'ultima ora, accresceva ad essi l'acerba doglia il prevedere, che sarebbero stati ben presto spogliati di tutto, e tolta con essi ogni speranza de' loro eredi; il che pur troppo conoscevasi fare agli altri, che lor morivan daccanto. Oltre di che, in quello spedale aveavi sempre gran numero di cadaveri ammonticchiati; e questo era non meno orribile a vedere, che pericoloso a sentire per lo fetor, che esalavano.
Fra tante miserie poi non v'era cosa, che movesse più a compassione, quanto quegli sventurati fanciulli, che, rimasti orfani e soli, o si restavano abbandonati entro alle case, o erranti andavano per le strade, e faceano risonar l'aria delle lor grida, e dei loro lamenti. Nè v'era alcuno che avesse cuore di dar loro asilo, sì per lo timore di contrarre l'infezione, e sì per la necessità di dover poi con essi dividere le poche sussistenze, che lor restavano per il suo proprio sostentamento. Allora di pubblico ordine si fecero trasportare questi miseri orfanelli all'ospitale di s. Giacomo di Galizia. Il loro numero era di 1200 verso la fine di Agosto, ed in seguito oltrepassò i due mille. Quale calamità! qual orrore! Per formarsene in qualche modo un'idea basta il dire, che di due a tremila fanciulli ivi ricoverati non ne sfuggirono alla morte, che soli cento; e che l'economo dello spedale, incaricato di averne cura, poi convinto di enormi delitti, venne appiccato pochi mesi appresso. Fra questi fanciulli ve n'ebbe parecchi, a' quali per la morte de' loro parenti apparteneva il diritto di grandi fortune, ma, rimasti confusi in mezzo a tanto disordine, non si potè più effettuare la cosa.
Fra gli spettacoli lagrimevoli di questa atroce calamità era ben compassionevole quello di una intera famiglia, colpita dal contagio ad un medesimo tempo! Tra' suoi individui, uno abbruciato dagli ardori della febbre, dimandava acqua od altra bevanda, che 'l refrigerasse, e non v'era alcuno, che potesse dargliela; un altro agitato da mortali inquietudini, mandava profondi sospiri e lamenti; e chi n'era tra lor meno inquieto, dimandava inutilmente i soccorsi della chiesa, vedendosi spirar dallato i figli, i fratelli, le sorelle, la moglie, senza che l'uno potesse l'altro soccorrere. Là un giovanetto, vicino a morire, confortava alla pazienza il dolente genitore; qui il padre riteneva a forza le lagrime per non estinguere affatto il coraggio nel languente figliuolo. D'altra parte era agonizzante la madre, che non aveva altro conforto, che grida e pianto dei figli, e delle persone ad essa più care, e che con la morte sulle labbra esortava ciascuno di non avvicinarsele. Uno che dopo aversi veduto morire tre, quattro, o cinque individui della propria famiglia l'un dopo l'altro, oppresso dall'afflizione, estenuato dalle veglie, e dagli stenti, agitato dallo spavento, prevedendo inevitabile ed imminente una egual sorte, cadeva in istato di avvilimento, e di abbandono, e periva d'inedia, e di debolezza. Finalmente vi aveva chi diveniva stupido, e demente per l'estrema afflizione; chi, mancando di confidenza in Dio, si abbandonava alla disperazione, e davasi la morte; e chi ad un'ora oppresso dal proprio male, dalla tristezza per quello degli altri, dall'acerbo cordoglio per la privazione di ogni soccorso, e per l'impossibilità di sovvenire quelli, che amava, vedendoseli cadere a canto, preda di morte, mettevasi in così disperato e crudele affanno, della morte peggiore d'assai. Il colmo dell'orrore era quello di vedere parecchi cadaveri in una stanza, ove era ancora taluno di questi infelici malati, in preda a tutta l'acerbità di un'immenso dolore.
Assai più d'afflizione e tristezza era per li superstiti di queste sventurate famiglie la necessità di sgomberarle dei cadaveri, e trasportargli in sulle strade, di quello che non fossero state le pene provate nel corso della malattia. Comunque cara ci sia una persona, da che ella è morta, non se ne può reggere più alla sua vista. Non ci avviciniamo che con orrore ad un cadavere, e ancora più a quello di un appestato. Era inutile lo aspettare che alcuno per carità o per interesse volesse incaricarsi di così fatto trasporto. Quando s'era tenuto in casa un cadavere uno o due giorni, e' conveniva alla fine farsi una crudele violenza, e a proprio malgrado forzar la natura a rendergli ancora questo ultimo uficio. Quindi v'era forzato prestarlo il padre al figliuolo, il figliuolo al padre, la madre alle figliuole, ed esse reciprocamente alla madre. Alcuni li portavano, altri li trascinavano; e quelli, che non potevano fare ne l'un, nè l'altro, li gittavano dalle finestre. Crudele estremo, che rinnovava il dolore, e tutta l'acerba angoscia di una perdita, che non s'era ancora cessato di piangere! Che se finalmente si trovava un qualcheduno, che avesse voluto assumersi l'incarico di levare un morto e trasportarlo o sulla strada, o su d'alcuna pubblica piazza, costui esigeva una somma sì straordinaria, che assai poche famiglie erano in istato di poterla pagare. Chi 'l crederebbe! In mezzo a tanti orrori, così proprj ad ammorzar le passioni, di que' tristi e terribili giorni pur si vider passare al più alto lor grado la dissolutezza, e l'avarizia. La prima risvegliata dalle frequenti occasioni, ed esaltata dall'effervescenza del contagio venne a tali eccessi da far vergogna all'umanità; l'altra, non mai sazia, videsi inventar mille spezie di delitti per isbramar sua ingorda inestinguibile sete.
Che se trista e desolante era la vista de' malati, e de' moribondi, più spaventevole ed orrenda era quella de' cadaveri insepolti, de' quali le strade, e le piazze eran tutte coperte in guisa che appena trovar potevasi, dove por piede senza passarvi di sopra; che anzi per transitare in alcuni siti conveniva camminar su i cadaveri. Stavano essi ammonticchiati in sulle pubbliche piazze, e presso le porte delle chiese; e più di mille corpi insepolti v'erano sempre nella spianata, detta la Torretta, ch'è fra la cattedrale, ed il forte di s. Giovanni, contrada abitata dalle genti di mare, e dal minuto popolo. La piazza stessa della Corte n'era ripiena; sicchè quel luogo di delizie, ove le persone solevano andarvi a diporto, era divenuto un luogo di orrore, assai proprio a far riconoscere dalle mondane vanità la vera virtù. Tutte le fosse, dove seppellivansi i cadaveri, eran già piene, nè vi aveva più chi ne scavasse di nuove. Mancavano i beccamorti, e que' pochi, che vi restavano, esercitavano un infame mercimonio, trasportando que' soli morti, i cui parenti erano in istato di pagarli generosamente. Altri cadaveri, passati già alla corruzione, non era più nè agevole nè opportuno il trasportarli. L'aspetto loro era di vero il più terribile e spaventoso a que' miseri infermi, che vi languivan daccanto. Altri eran nudi affatto, altri ravviluppati in un lenzuolo, o tra' cenci; altri vestiti ancora de' proprj vestimenti, e questi eran quelli, che furon colti da morte improvvisa, o sommamente affrettata. Altri v'erano quasi come imballati ne' lor materassi; altri legati su quella tavola, che servì a trasportargli; ed altri, pochissimi, chiusi dentro alle barre. Soprattutto v'era quantità di piccioli fanciulli di ogni età, e d'ogni sesso; che d'essi ne sopravvisser ben pochi. Osservarono i medici, che la lor malattia era stata sempre la più violenta. Alcuni dei morti vedevansi o seduti, o appoggiati in sul gomito, ed in tutte altre attitudini, e questi eran quelli, che si morivano sulle vie, e che restavano in quell'atteggiamento, nel quale la morte gli aveva colti. Fra cotanti, sparsi d'in su le strade, ve n'eran molti sì orribili a vedere, e così diformati, che in lor non mostravasi più lineamento, non che fattezze di umana creatura. Così fatta, e cotanto funesta malattia fa di cotali impressioni e sì forti, che l'effetto loro sussiste anche dopo la morte, come se essa continuasse la sua violenza anco su i cadaveri. I morti di quella corromponsi più presto d'ogni altro, e dopo dieci o dodici ore esalano un fetore insofferibile. Quale dunque non doveva esser quello di tanti corpi, de' quali parecchi si giacevano insepolti da dieci o dodici giorni, così fracidi, e corrotti, che a pezzi colavan loro le carni, ed il sangue spandevasi per le strade, misto a tutte le altre immondezze? Qui narra lo storico di aver veduto in una pubblica piazza confuso cogli altri il cadavere della più bella donna, che fosse in Marsiglia. Ma i corpi a veder più orribili fur que' di coloro, che nell'accesso di frenesia gittati s'erano dalle finestre. Chi aveva la testa fracassata, chi squarciato il ventre, chi il corpo schiacciato; e somiglianti orridezze. Un numero infinito di cani affamati, vaganti per l'abbandono, o per la morte de' loro padroni, s'avventavano sopra i cadaveri, e se gli divoravano. Le fetide e micidiali esalazioni, che si sollevavano da tanti corpi infraciditi, ammorbavano l'aria, e diffondevano da per tutto la mortal contagione. E di vero penetrò essa a quel tempo ne' luoghi, che fin allora rimasti n'erano illesi; dappoichè i monasteri di più severa clausura ne furon tocchi, e si apprese eziandio alle case le meglio custodite e chiuse; talchè si credette, che non avesse più alcuno a restar sano, e che tutta la città diventar dovesse un cimitero.