Si ordinò da lui il pagamento di considerevole somma per provvedere il carname agl'indigenti, prescritto più altri soccorsi alle provincie del regno per lo sollievo de' miseri Marsigliesi. Si fornì pur la città de' medici, M. Pons di Pezenas, e M. Bouthillier di Montpellier coi chirurghi Moutet, e Rabaton. Ad ognun d'essi accordato fu lo stipendio, da esso loro richiesto; al primo di sei mille franchi il mese, e una pension di tre mila, durante la vita di lui, della moglie, e de' suoi figliuoli; al secondo di mille soltanto, che di più non ne aveva chiesta, ed una pensione a vita di se, di sua moglie, e' figliuoli; a' chirurghi di tre mila al mese, oltre le spese del viaggio, e del mantenimento loro in Marsiglia. In Aix se ne firmarono le condizioni. Da queste si può ben riconoscere di qual prezzo siano i servigi dei medici in tempo di peste, e qual considerazione meritano quelli, che mirando generosamente alla salute pubblica, si dedicano in sì gravi calamità senza viste venali all'assistenza dei loro simili.

Giunti que' medici a Marsiglia nel Settembre, e datisi all'esercizio de' respettivi loro uficj, fur sopraggiunti dai due Professori di medicina Chycoineau, e Vorny, e dal chirurgo Soulier, stati in contumacia ad Aix, e che d'ordine della Corte dovettero ritornar a Marsiglia. Da Montpellier furonvi pure spediti il professore di medicina Deidier, e il chirurgo Fiobesse, con altri medici e chirurghi giovani, inviativi a pari tempo da Parigi, e dalle circostanti provincie.

Sol nell'Ottobre di quell'anno fu al tutto ordinata, e regolarmente condotta quell'azienda; e a sostenerla versarono i facoltosi di grandi somme in mano de' parrochi, e d'altri sacerdoti, che sapevano con carità e con giustizia distribuirle ai più bisognosi. Singolare fu la condotta di monsignore il vescovo, il quale nè per lunghezza di tempo, nè per gravità di mali, nè per diversità di bisogni non cessò mai di largamente soccorrere, consolare, ammonire, e confortare infermi, moribondi, desolati, e mendici. Secondarono pure la liberalità e carità di lui, dico di M. Belzunce, parecchi prelati del regno; tra' quali M. Law si distinse, inviandogli da dispensare 100 mila franchi. Il Sommo Gerarca della terra, il dignissimo Vicario di Cristo, Clemente XI accompagnò una sua Bolla d'Indulgenze, a chi cooperava alla salute temporale e spirituale degli appestati, colla giunta di tremila some di Biade. Queste pie largizioni, fatte dai ministri evangelici, furono accompagnate da quelle de' regj uficiali. I Ricevitori generali offrirono al consiglio del Re gratuita, e anticipatamente un prestito di tre millioni di franchi da pagarsi in dieci mesi, 300 mila lire per mese. Questa somma doveva impiegarsi nel provveder granaglie. Allo stesso modo e fino 100 mila lire offerse M. de Senozan, e 200 mila il cav. Bernard. Soggiungo a pubblica norma le istruzioni, date per la distribuzione e l'uso di queste somme[41].

Ora è a toccar leggiermente alcuna cosa sullo spavento, in che pose le genti de' Paesi vicini il contagio. Ogni Prefetto delle circostanti provincie levò tutte le comunicazioni con Marsiglia e col suo territorio. Il perchè ogni città veniva a formare una popolazione da se. Le genti vegliavan dì e notte sull'armi, guardando gelosamente i respettivi loro confini, Quindi la Francia tutta presentava l'aspetto spaventevole di una guerra civile: tanta era la desolazione, il sospetto, la diffidenza. Il Reggente, vedendo ragione di far cessare uno stato sì desolante che rovinava il commercio l'agricoltura e l'industria, e di porre argine a tanti mali, prescrisse e ordinò tali forme da osservarsi ai popoli, le quali a pari tempo mantenesser tra loro il reciproco esercizio de' ministeri e dell'arti, dell'agricoltura e del commercio, e la sicurezza, e la guarentia delle persone da nuova infezione e rovina. Ammansatasi sul finir del settembre la fierezza del male, qualcheduno, della poca gente, rimasta nelle case, come suole avvenire in sì luttuose catastrofi, da necessità spinto, e forse non ancor ben risanato, si fe' ad uscire sulle desolate e solitarie vie di Marsiglia. Nè qui è a ridire, come a poco a poco o l'uno o l'altro di quelli, che avventuratamente campato aveano la vita, si facesser tra loro scambievolmente a parlar cose da se o da' suoi, già trapassati, sofferte miseramente. Natura poi di questo male si fosse, o più presto opinione avventuratamente seguita, che in chi campato ne fosse, più non si riproducesse suo tristo germe; ne venne, che, rassicurati, si dessero briga i già risanati di provvedere alle bisogne degl'infermi pur anco. Il che eseguivano co' più manifesti segni di carità, eziandio mossi dall'amor della patria e de' lor congiunti; perchè abbandonati gl'infermi non vi continuasse infierire quel micidial morbo. Seguitamente all'entrar dell'Ottobre sì per lo menomar degli ardori, e sì per lo miglior ordinare delle cose riguardo all'andamento politico, e al purgamento delle strade, come ancora per il provvedimento de' cibi più salutari e copiosi, il contagio si minorò d'assai, e per tal modo che il comunicar delle persone intra loro non era più cotanto pericoloso, e vi aveva ragion di sperare essere alla fine pervenuti a estirpare da quella terra, stata cotanto travagliata, e infelice ogni reo seme pestilenziale. E se ripullulava in alcuno, la natura sua era affatto leggiera e benigna, a tal che gli attaccati per ordinario non erano impediti nemmeno dal continuare ad attendere alle ordinarie loro facende. Non segni esterni apparivano, o risolvevansi in pochi giorni felicemente. Il perchè ogni specie di medicine, e di medicanti divenne in poco di tempo al tutto soverchia, bastando al guarire il saluberrimo farmaco della natura. Della peste quasi non s'aveva più orrore; se non che molta cautela, figlia della prudenza, e in parte ancor del timore, tuttavia osservavano i cittadini in usando tra loro. Quindi s'introdusse il costume di portare certi lunghi bastoni, che dicevansi Batons de Saint Roch, per tenersi lontani l'uno dall'altro, e principalmente a cacciarne i cani, credutosi ch'essi ritenesser la peste. Dal contado poscia ripararono alla città quelli, che se n'erano allontanati, non senza orrore mirandovi l'eccidio restatovi del passato malore. E in questo mezzo la peste verso la fine d'Ottobre parve fosse terminata al tutto, essendo passati alcuni giorni senza che alcun s'infermasse. Dissi, parve; perchè il dì primo Novembre caddero nuovi malati nella contrada di s. Ferreol. Questa era abitata da ricche persone, le ultime, che n'erano andate infette; ma pur ciò in breve scomparve. Nell'Ottobre s'erano accolti agli ospitali della Carità, e del Jeu de Mail 867 malati; e ne morirono 465; nel Novembre 455, mortine 287, e 94 ne uscirono risanati; nessun nell'Ottobre. Nella città scemando così la malignità del morbo, andavasi ripullulando qua e là nel contado. Crescendovi il numero degli appestati e de' morti, per l'avidità degli eredi, ch'erano impazienti d'usar delle cose state tocche o usate dagli appestati, il contagio ne riceveva più funesto alimento. E questo pur toccò ai ladri della città, che ve ne aveva più assai, che non si sarebbe giammai creduto. I servitori, i famigli, ed anche i forzati, de' quali 691 erano stati conceduti dal 20 Agosto al 3 Novembre, vieppeggio concorsero a questa nuova spezie di desolazione. Imperciocchè questa razza di gente rapinatrice non guardava a ragioni di sangue, di sesso, di età, di uficio, di condizione; ma dove giugneva tra' morti e semivivi, talora anco al tutto uccidendogli, essi e le case loro ne spogliavano barbaramente. Così il popolo abbandonavasi a pari tempo ad ogni eccesso di licenza, e di dissolutezza. La prudenza e la fortezza del Comandante ne seppe ogni avvelenato colpo ribattere felicemente. Prigioni aperte, e pene incusse ai malfattori repressero la malnata licenza. Il patibolo ne fu la più efficace medicina di tanto male. Poscia a ristabilir l'ordine civile s'istituì un Commissario, che registrasse effetti e mobili, e un Tesoriere da custodire e mantenere i danari, trovati presso i morti senza eredi. Assai matrimonj poi ne succedettero, ma cagion pur furono essi che la peste ne dovesse ripullulare. Nel che è da notare l'eccesso, o abuso che fosse per questa parte, che apertesi le chiese, principalmente per questo obbietto, in 24 ore si trattavano e conchiudevansi comunemente. La qual cosa ho soggiunto, come notabile circostanza od effetto di quella e di altre pestilenze; per modo che, stante sì grande affluenza di matrimonj, sarebbesi in poco tempo ripopolata Marsiglia, quale era in prima, se il periodo di gravidanza avesse potuto abbreviarsi. Quindi si riparò al disordine del troppo concorso de' villici alla città, non permettendosene l'ingresso, che a quelli, ch'eran muniti da cartello della Sanità, il quale accertasse, da oltre a 40 dì non esser più segno di peste in quel luogo, dond'essi eran partiti. All'affare de' matrimonj si provvide pur anco, mediante attestato, a chi voleva maritarsi, di non esser punto infermo, ma di trovarsi pur sano compiutamente. Il che importò a' medici più briga, che non fosse quella di visitar gli ammalati. Finì la peste col finir del Novembre, restatone qualche segnale in contado. Quivi, diviso questo in quattro parti, rivolsero i medici le loro cure, andandone ogni dì a quelle contrade, che gli fossero toccate a sorte. Nel Dicembre non s'avevano in città, che cinque o sei malati per settimana, qualcheduno di più alla campagna, dove al solstizio d'inverno si menomò per modo, che nel Febbrajo soli 45 se ne portaron di là al civico spedale, de' quali ne guarì la metà incirca.

A rimettere in Marsiglia il commercio di prima, e con esso pur il ritorno de' negozianti, e de' forestieri pubblicò il Superior Comandante, che la città ne sarebbe al tutto purgata da ogni reliquia d'infezione, e restituita alla prima salubrità. Detto fatto. Sì segnaron di croce rossa le case state infette; si deputò ad ogni quartiere un Commissario, dettosi dell'espurgo; dipendendo ognun d'essi da un general Commissario, ed avente sotto di se famigli e sergenti, a' quali ordinare gli ufici tutti e le parti di lor mestiere; ma guardati pur essi da un deputato Ispettore. Entravan essi nelle case de' morti appestati; ne gittavan fuori le masserizie, utili a conservarsi, perchè si consegnassero al pubblico lavatojo; tutto ciò che non meritava di riserbarsi, abbruciavano immantinente. Quindi si passò ai suffumigi nelle stanze, diversi per materia e per modo; conciossiachè altri facevansi d'erbe aromatiche; altri di polvere da cannone, ed altri d'arsenico, e di droghe parecchie, com'era costume antico di far in quel Lazzeretto. L'arsenico poi fu proibito da M. Chirac. Ciò eseguito, davasi alle muraglie due o tre strati di calce, e così ai pavimenti, sì in città, e sì nelle case del contado. Al purgare i bastimenti del porto si durò più difficoltà, dovutosi trasportare le mercanzie del lor carico nell'isole più vicine, e quivi darle alla ventilazione, come si fece delle rimaste ne' fondachi e nelle case. Ma nelle chiese, obbietto il più gravissimo, si deliberò suggellarne con ferri ogni sepolcro, stato riempiuto di cadaveri degli appestati, stuccatane prima ben bene ogni fessura con cemento della più dura tempra. Si passò al fine a cercare con ogni diligenza stanze, cantine, e tutti i ripostigli più segreti per trovarne le rubate masserizie, e suppelletili, che vi fossero state nascoste.

Mentre queste cose operavansi salutarmente, si riaccesero alcune scintille contagiose; perchè ne cadder malate in città 128 persone, e 67 in campagna. Otto soltanto ne moriron di quelle, e di queste sole dieci ne camparono; e ciò tutto nel civico spedale. A prevenirne ogni ulteriore accidente si prescrisse il notificare chiunque si trovasse ancora offeso da qualche rimasuglio del morbo, offerendo ai poveri d'essere mantenuti allo spedale dalle ragioni del pubblico, e a' ricchi di potersi intrattenere a curarsi nelle respettive lor case. Il perchè ognun di buon grado secondò quelle misure, che ne produssero poi buon effetto. Ciò non pertanto nell'Aprile dell'anno susseguente di diciannove appestati novellamente ne morirono tredici allo spedale; e soli otto di sessantacinque del territorio ne son guariti. Questo andamento riconfortò il popolo, e tanto, che il dì di Pasqua, non si ritenne dal gittar a terra le porte delle chiese per celebrarvi i divini ufizi; e ciò fu in città. Prova sicura poi fu, che il malore era giunto al suo fine, il veder ricomparire e tornare in volta le malattie comuni, e ordinarie, ch'erano sparite, durante il contagio. Colla primavera tornò il sereno e la calma; riavutasi la natura dal rigore della stagione e dagli orrori della peste. Le arti, le discipline, i costumi, e le usanze religiose e civili ripresero allora felicemente il lor corso.

Dopo le quali cose non mi pare inutile il notare, che, trovatesi a Marsiglia mercanzie del valore d'oltre quindici milioni, compresi quattro mila quintali di lana, ancorchè non sì esattamente ventilate, prima che la peste cessato avesse dei tutto; pure, passate per luoghi e per mani parecchie, non ne recarono nessun danno. Di 90 mila persone, ond'era popolata Marsiglia, ne perì da 40 mila; e dieci mila in contado.

Ora per quello, che risguarda la medicina, il dott. Bertrand ne distinse quel contagio in benigno, e in maligno. Que' del contagio benigno comunemente guarivan da se, e senza soccorsi dell'arte, fra quattro o cinque giorni, sciogliendosi la malattia con mite diarréa, o con sudore, cagionato da leggiero emetico, o con pronta e convenevole suppurazion dei buboni, o parimente con facile risoluzione, e senza molestia, od altra sensibile alterazione nell'armonia delle funzioni. Pochi per altro furono i guariti di questa foggia. Ma il contagio maligno, che fu il più comune, sotto parecchie e diverse forme si appalesava. Talora uccideva improvviso, senza sintoma, che gli precorresse, e talor con violenti sintomi dopo le sei, le otto, le dieci, o al più le ventiquattro ore; ma dei più tra 'l secondo o il terzo giorno. In questi o non comparivan buboni, nè carbonchi, nè pustole, o queste eruzioni non erano mai complete. E così in essi, come in quelli, che morivano in sulle prime ventiquattro ore, coprivasi tutto il corpo di petecchie, eruzione infruttuosa sopra d'ogni altra, e la più sicura di vicina morte.

Qualche speranza di guarigione era ne' malati, che oltrepassavano il terzo dì, principalmente se circa quel tempo spiegavansi in essi i buboni, i carbonchi, o qualche altra favorevole eruzione; e se questa sussisteva nel quinto, o nel sesto giorno, sicura se n'avea la salute dei più. Così morte sicura susseguitava in quelli, ne' quali i buboni, o i carbonchi, s'appassivano, o risolvevansi, gli esentemi scomparivano, sussistendo la violenza de' sintomi.

Alcuni morivano dopo una calma troppo lusinghiera e fallace, senza dolori, senza agitazione, con polsi naturali, e non lagnandosi d'altro che di abbattimento, e spossamento straordinario di forze. In questi si notò, che in mezzo a tale ingannatrice tranquillità avevano gli occhi quasi come scintillanti, truce lo sguardo e smarrito, e non altramente che quello degl'idrofobi. Questa disposizione, o, dirò così, attitudine degli occhi, ben conosciuta a chi si trovò in mezzo alla peste, scoprivasi manifesta sino alla distanza di trenta passi; ed era sempre tristissimo indizio. Così d'altri malati avveniva, dopo ch'erano in loro al tutto cessati i più violenti sintomi, e dopo che accusavano di sentirsi meglio, bene, e perfettamente, morivano la stessa notte, o il dì seguente, senza che si potesse intendere la cagione di sì strano effetto.