Quando la malattia terminava felicemente, per l'ordinario cessava del tutto la febbre all'ottavo, al nono, o al più tardi all'undecimo giorno. Se si protraeva oltre questo termine, ciò era dipendente dalla sussistenza di qualche sintoma, che richiedeva una cura particolare. Freschezza di età, fior di forze, vigore di temperamento rendevano più violenta la peste, e più agevol la morte; e l'età minore, ed il sesso femminile, e la tempera gracile e debole ne agevolavano l'appiccarsi del male. Quindi i fanciulli e le donne furon sempre i primi nelle famiglie, ad esser presi da questa rea pestilenza; e le donne incinte principalmente; morte quasi tutte. Essa però non risparmiò alcuno: ai bambini, ai giovani, ai vecchi indistintamente s'è appresa. La decrepitezza sola fra l'altre età ne andò illesa.

La malattia era il più delle volte preceduta da inappetenza, nausea, vertigini, debolezza e dolori delle gambe. Talvolta assaliva improvviso, e senza molestia precedente.

Spiegavasi essa poi quasi costantemente con leggieri brividi, con mal di cuore, o molesta pressura alla regione epigastrica, con nausea, vomito, dolor di capo, vertigini, sbalordimento, e simili. Ai brividi ne succedeva il più delle volte assai viva la febbre con calore acre ed urente. Picciola febbre talora spiegavasi che poi s'aumentava. La violenza del male rispondea quasi sempre a quella de' sintomi, co' quali s'annunziava; e perciò assai grave soleva essere la malattia, allorchè gravi erano i sintomi, che si manifestavano nel suo principio. All'incontro se discreti erano i sintomi, coi quali cominciava, ciò era sempre di buon augurio per il malato.

I sintomi della malattia eran generalmente quelli delle febbri maligne nervose o tifiche; ma le più volte portati al più alto grado di violenza e d'intensità; e tali non di rado fin dal principio del male: cioè, abbattimento, disperazione della salute, agitazione estrema, nausea, vomiti, dolori, senso di molestia alla regione epigastrica, oppressione, sincopi, diarrea, emorragie, sopore, letargo, o delirio furioso; e questi ultimi fenomeni erano i più comuni, e non terminavano per ordinario che con la morte. Convulsioni rare volte comparivano. Soltanto vidersi in quelli, ne' quali nessuna eruzione erasi ancora manifestata; o queste eruzioni erano in essi assai deboli e languide. Talora il male assumeva l'aspetto di febbre intermittente. Appalesavasi con freddo alle estremità, che durava quattro o cinque ore, e ritornava ogni giorno alla medesima ora. Al freddo seguitava un forte calore con sintomi perniciosi; sì che in sul secondo accesso o in sul terzo l'ammalato moriva. Vermini in copia si scaricavano dagl'infermi nel primo stadio del morbo, e nel principiar del secondo, e ciò sì per vomito e sì per secesso, più d'ogn'altro fanciulli e donne: fenomeno, che, come s'è detto, trasse i Magistrati nella falsa credenza che la malattia altro non fosse che una febbre cagionata dalla miseria e dai cattivi alimenti. La lingua in quasi tutti i malati mostravasi coperta d una pania biancastra, solo in alcuni rarissimi casi nericcia. Questo segnale considerevole si osservava anco in quelli, la cui febbre era mite e leggiera. Nessun particolare offerivano gli escrementi, e nè anche troppo acuto era il fetore, anzi minor che non soglia aversi nelle ordinarie febbri. Naturali le orine, salvochè nella lor superficie formavan sovente una pellicella oleosa, qual'è appunto in quelle degli offesi da tabe. Rossigne erano pur talora nel primo giorno, e poi facevansi anche più cariche, e alcuna volta sanguigne. L'odore, che usciva dagli ammalati, non era da prima ributtante. Appresso qualche giorno la traspirazione degl'infermi spargeva un certo odore particolare dolcigno, nauseoso, senza esser nè fetido, nè troppo forte. E tale il rendevano pur le cose, usate da loro o state nelle loro stanze; nè 'l perdevano, se non dopo qualche tempo, e lavate in acqua bollente, od esposte a lunga ventilazione. La diarrea, tra le altre spezie di evacuazione, in questo morbo fu sempre la più funesta, dove non fosse moderata e spontanea. All'andar d'essa, due o tre volte al dì, ne conseguitò in alcuno la guarigione; non così allorchè era più frequente, o eccitata dai purganti. L'emorragie sono state egualmente funeste; meno qualche rarissimo caso. Il sudor naturale, nei primi giorni del morbo, o dopo un leggiero emetico, e in istato di calma fu assai salutare: altramente era di quello, procurato dai rimedj, sovente fallace e sempre aumentatore d'irritazione e di febbre. In una parola da quello il mal s'arrestava, e vincevasi non di rado; viceversa da questo. I buboni comparivano alle inguinaglie e sotto le ascelle. Quelli degl'inguini attaccavano le glandule della parte superior della coscia, al disopra degl'inguini. Quando sopravvenivano queste eruzioni nello scoppiar del male erano inutili al tutto; viceversa se comparivan nel secondo o nel terzo giorno, propizj solean riguardarsi, anzi critiche erano esse talvolta, calmando la febbre a misura dell'ingrandir dei buboni; e di più felice pronostico, quanto le dette eruzioni, fossero state, per dir così, più animate e più vive. Terminata la febbre, assai di rado apparivan buboni o tumori. Sopravvenivano altresì tumori al collo e parotidi; ma i tumori del collo e le parotidi, massime le doppie, mortali furon quasi sempre; e 'l morire de' più era per soffocamento senz'altro. I buboni non si potevano condurre quasi mai a suppurazione nel primo o nel secondo periodo del morbo; il che succedea di leggieri nel suo declinare, anche usatosi lo stesso metodo e i rimedj di prima. Risolti e spariti i buboni, nelle urine di alcuni osservavasi del pus frammischiato, per più giorni seguitamente.

L'eruzion di pustole e di carbonchi, e specialmente più d'uno, giovava in ogni stadio del male. Manifestavansi, dico, i carbonchi, simili agli antraci, e in ogni parte del corpo, o in principio, o in progresso della malattia, sovente sopra i buboni; e per lo più con sollievo degli ammalati; ma quei del collo, assai spesso con loro danno e mortali.

Le pustole si facevano, quasi come altrettanti piccioli furuncoli o bottoni, della forma d'un pan di zucchero, rosse alla base, acuminate e con un punto bianco alla cima. Quel biancume o punta bianca disseccavasi, in poche ore facendosi nero; il tumore estendevasi, si facea meno il rossore, e si formava una durezza all'intorno del tumore. Assai dolore importavano quelle pustole, e un'escara, quale i carbonchi; e comparivano in principio e in progresso del male. Ma nel suo declinare prevenivan esse l'accesso febbrile ed ogni sentor di dolore. Di tristissimo fine era segno l'uscir loro sulle parotidi e in su' buboni.

Dalla sezion de' cadaveri non si riconobbe particolarità, che natura e cagion del male ne appalesasse. Tutto in istato naturale in alcuni appariva; e in alcuni qualche leggier segno d'infiammagione alle viscere del basso ventre; il che forse era effetto dell'ultime violenze del male.

Il pronostico poi di questa malattia, come si fa all'incirca negli altri mali, fondavasi sopra i sintomi, che l'accompagnavano, sopra lo stato de' polsi, e degli esantemi. Sintomi violenti importavano morte quasi sicura; come altresì era quasi impossibile che un malato si salvasse senza qualche critica eruzione. Quelli dal polso buono, espanso, forte, eguale, regolare, costante, potevano nudrire speranza di salute, soccorsi opportunamente. Per contrario quelli dal polso picciolo, debole, irregolare, frequente, ne avevano forte a temere, ad onta che leggiero all'aspetto apparisce il male, e favorevoli eruzioni comparissero.

Di mezzo a tante varie forme e bizzarre, e alla diversa qualità e forza de' sintomi, che accompagnavano la malattia, non si potè adottare un trattamento curativo uniforme. Si usarono le sanguigne, i leggieri purgativi, gli emetici, i blandi narcotici, ed i più blandi sudoriferi. Il trattamento curativo esterno fu pur semplice e mite.

La sanguigna in generale non doveva essere nè abbondante, nè ripetuta; così il purgante conveniva che fosse sempre blando e leggiero. Nè l'una, nè l'altro erano indicati, quando le eruzioni erano vigorose ed inoltrate. Il tempo, in cui queste evacuazioni meglio convenivano, era il primo giorno della malattia. Quando il polso era pieno, forte, elevato, violento il dolor di testa, cominciavasi la cura dal cavar sei once di sangue, più o meno, giusta la forza del polso, l'età, ed il temperamento dell'ammalato; e di rado aveavi uopo a ripetere il salasso. Ma se all'infermo dopo il primo salasso succedeano nausea od altre sì fatte cose, faceasi uso di un emetico. In corpo robusto e pieno preferivasi il tartaro stibiato; in un debole macilente o delicato l'ipecacuana; ma sì l'un che l'altro rimedio in dose moderatissima. Se dall'emetico non altro aveasi, che l'eccitarsi del vomito senza promuovere soccorrenza del ventre, finita l'azione, prescriveasi tosto leggiero purgante, o per lo meno un clistere. Quando il polso non era nè pieno, nè elevato, giovava l'astenersi dal salasso, e cominciavasi dall'emetico, per poco che fosse indicato; sempre però in picciola dose. Se poi il corpo da curare era pieno, e conoscevasi avervi alle prime vie molto di sabura, se gli usava un purgante, mite però e leggiero, e a riprese, onde poternelo sospendere, caso che l'evacuare fosse bastato al bisogno. Ciò era dopo tre scarichi al più, già riconosciutosi che nè febbre, nè sintomi si scemavano per violenti purganti, nè per copiose evacuazioni, che anzi ne affrettavan essi la morte. Il rabarbaro, i tamarindi, la cassia, la manna, il sciloppo rosato e simili erano i purganti, che si usavano. Della sena non se n'ebbe mai buon effetto. In corso di malattia rarissime volte avvenne ragion di purgare. Se le prime evacuazioni importavan nell'ammalato abbattimento di forze, debolezza, e depressione de' polsi, se ne procurava il ristoro e 'l rinforzamento con leggieri eccitanti, unitovi spesso un po' di diascordio a fine di calmare l'effetto del purgante.