Avveniva talora che dopo l'operazion dell'emetico o del purgante il polso si facesse più rianimato, più elevato e forte, e più gagliarda la febbre; ed in tal caso, essendovi delirio, o sopore, o accrescimento del dolore di testa, si usava di un secondo salasso, d'ordinario dal piede; facendo prendere contemporaneamente all'ammalato delle semplici emulsioni, od altri così detti temperanti ed ammollienti; e ciò con assai precauzione, per tema di troppo rilassamento, dovendosi guardar sempre l'infermo contro la diarrea. Che se non mostravasi l'indicazione nè del purgante nè dell'emetico, conveniva star attentamente osservando l'andamento della natura, sullo stato del polso, sul grado della febbre, ec., per minorarne l'eccitamento, se fosse stato troppo forte, e tale da impedirne la separazione del pestifero veleno. Ciò procuravasi con bevande diluenti e temperanti, con tisane, cogli acidi dilungati con l'acqua panata, ch'era la bevanda ordinaria de' malati, e quella, che veniva da essi meglio sofferta delle altre. Per l'opposito se il polso indicava debolezza e lentore, conveniva ristorare le vitalità e sostenere le forze col mezzo de' blandi eccitanti, dei così detti alessiteri, fino a che comparivano alla cute le propizie eruzioni. Quindi importava pur anche il non trascurar tutto ciò d'onde una lodevole suppurazione dei buboni e delle altre eruzioni summenzionate ottenere potevasi.

I forti narcotici avevano le stesse funeste conseguenze, che i violenti purganti. Sì gli uni che gli altri precipitavano l'ammalato in uno stato di debolezza tale da non potersi riavere più mai; ovvero producevano un mortale assopimento. Usati principalmente nel principio del male, intrattenevano la sortita delle eruzioni, ed affrettavano i sintomi mortali. Ne' soli casi di violente agitazioni fu di qualche giovamento l'uso di leggieri narcotici, e in picciola dose. Il diascordio mescolato cogli assorbenti die' buon effetto nelle diarree. Dannoso si riconobbe l'usar degli oppiati nei vomiti violenti; e ciò per l'abbattimento e la debolezza, che ne conseguitavano. Il perchè si usava in vece la pozione antiemetica, sì come dicesi, ossia il sugo di limone con alcuni grani di sale d'assenzio, e qualche diluente eziandio.

Giovava non affrettarsi troppo nell'arrestare il vomito; giacchè osservavasi che, arrestato il vomito con troppa fretta, spesse volte sopravvenivano dolori acerbi e laceranti, ed un ardore, che abbruciava le viscere de' poveri malati e li tormentava fino agli ultimi istanti della vita.

I così detti cardiaci non facevano che aumentare l'irritamento, ed in conseguenza rendere più violento e pericoloso lo stato del malato.

I sudoriferi blandi furon riconosciuti li rimedj più convenienti. A tal fine usavasi l'acqua di cardo santo, la polvere viperina, quella di giglio ed altre sì fatte spezie di rimedj. Nè da cardiaci forti, nè da alessifarmaci di troppa virtù se n'ebbe mai buon effetto. Anzi danno se n'ebbe da simili rimedj, e da altri specifici, ordinati da' medici d'alta riputazione, e in gran numero spediti a Marsiglia da Parigi e da varie altre città della Francia.

L'oppressione, che accompagnava la malattia, succedeva ordinariamente o da soppresso sudore, o da scomparse eruzioni. Il perchè conosciutosi niente essere più giovevole del sudore, nè più pernicioso del freddo, si soleva, secondo la stagione, ben coprire gl'infermi; e per questi riguardi salvaronsi quanti ebbero a poter mantenere, durante la malattia, la blanda traspirazione, che in lor si produsse.

Il governo del vivere fu vario secondo l'indole, il grado e l'andamento della malattia, e secondo le differenti circostanze. In generale s'è riconosciuto meglio convenire quello, che nelle malattie acute è indicato.

Semplice e blanda ne fu come l'interna, così l'esterna cura. Ai buboni in istato d'infiammazione applicavasi cataplasmi ammollienti di pane e latte, o di erbe ammollienti. A que', che in tale stato non erano, bastava il semplice empiastro Diachilon, od altro simile. A que', ch'eran maturi, davasi luogo alla suppurazione, aprendoli colla lancetta, ed apponendovi talora il caustico anche nel corso d'essa. L'applicazione del caustico usavasi specialmente co' buboni duri e senza rossore. Dopo aperto il tumore od applicato il caustico, procuravasi una pronta suppurazione col mezzo o del digestivo semplice, o cogli unguenti basilicon, diapalma, di altea, col balsamo di arceo, e simili. Questi rimedj bastavano fino alla cicatrizzazione della piaga. Lo schiantare od estirpare le glandule fu metodo, che, oltre la sua asprezza, riescì piuttosto dannoso, che utile.

Nei carbonchi, a fine d'impedire la gonfiezza e infiammazione, che ordinariamente cagionavano alla parte, vi si applicava il cataplasma anodino di mollica di pane col latte, e si usavano le incisioni in alcuni a croce, e in altri a cerchio, e in taluni scarificando tutto all'intorno dell'escara; e questo era il metodo il men doloroso e 'l più mite. Staccata l'escara, vi si applicavano i summenzionati supporanti.

Quasi lo stesso metodo si osservava colle pustole carbonchiose, bastando per esse, che non fossero molto considerevoli, gli unguenti sovrallegati a staccarne l'escara, e a promuoverne la suppurazione fino al compiuto loro guarimento. Ma allorchè la superficie della pustola era larga e dura, e l'escara grande, se l'incideva a croce, frapponendo all'incisione un picciol caustico, se straordinaria n'era la durezza; continuando poscia la cura col metodo ordinario. Si osservò non convenire alle dette pustole nè lavacro, nè bagnatura. I liquori spiritosi le irritavano; le decozioni lenienti le rilassavano di troppo e facevan crescere delle carni bavose; i rimedj così detti vulnerarj e balsamici producevano alcune volte l'uno e l'altro di questi effetti; a meno che però le ulceri non si fossero degenerate, dovendo in allora trattarsi col metodo ordinario. Pur il vino disseccava la piaga, e sopprimeva la suppurazione, la quale conveniva mantenere aperta al più che si poteva, o almeno da trenta o quaranta dì, onde impedirne le ricadute, ed ogni altra dannosa conseguenza.