II. I buboni, ed i carbonchi accompagnavano, per ordinario, la malattia; ma i carbonchi incominciavano prima con un punto rosso, che in seguito ne diventava il centro, circondato da un'areola livida sotto l'epidermide, la quale a poco a poco si dilatava, gonfiavasi, e diventava nera; e così gradatamente si formava il carbonchio, di figura per lo più elittica; il quale qualche volta era sì vasto e grande, che agguagliava la palma di una mano, ed il peso di circa una libbra[43]. Qualche volta si alzavano in vece alcune pustole con un punto bianco alla cima, simili affatto alle pustole vajuolose, le quali poi si dilatavano, annerivansi, e terminavano in vero carbonchio. La comparsa di queste pustole era sempre di favorevole indizio.

III. Allorchè sopravvenivano le parotidi, sopra di esse nascevano spesso i carbonchi, ovvero diventavano esse cancerose. L'amputazione era il solo rimedio, donde concepir poteasi qualche speranza di salute.

IV. I carbonchi erano tutti fra i muscoli ed il tessuto cellulare della pelle; ma più di frequente si manifestavano alle clavicole, sulla spina del dorso, in sulle rotule, alla parte superiore e posteriore della tibia, e sull'addome, sopra l'annulo verso la linea bianca.

V. I carbonchi, che non si formavano compiutamente, restandosi pustole carbonchiose, o soltanto macchie rosso-brune, cangiavansi in petecchie livide o nere; ed i malati ne morivano il secondo o il terzo giorno.

VI. Gli ammalati, che sopravvivevano al quinto giorno, ne' quali i buboni o carbonchi per l'innanzi duri, in que' giorni incirca passavano alla suppurazione, trovavan sollievo degli altri sintomi, e d'ordinario guarivan tutti. La suppurazione però durava talvolta fino a cinque o a sei settimane.

VII. In assai pochi casi i buboni passarono alla risoluzione. Quando i buboni non tendevano alla suppurazione prima del quinto giorno, e continuavano ad affliggere i malati con una pressura agl'inguini, a guisa di tesa corda, che gli forzava a zoppicare, ovver si gonfiavano profondamente senza tendenza a suppurazione, era cosa di cattivo presagio. D'ordinario sopravvenivano le petecchie livido-nere, le quali erano sempre un sintomo precursore di morte. Talvolta restando i buboni stazionari senza la sopravvegnenza di sintomi più gravi, e senza passare a suppurazione fino al nono giorno, l'ammalato ne provava d'insofferibili ardori per tutta la persona, spezialmente ai lombi ed alle braccia, a tale che gliene veniva impedito il moto. In tali casi poche ore appresso comparivan pustole con una punta bianca, le quali serpeggiando degeneravano in carbonchio, ed erano di buon preludio. Diversamente gli ammalati si morivan nel nono giorno, o, al più tardi, in sul tredicesimo.

VIII. Alcuni malati morirono improvvisamente per effetto del terrore d'inevitabile morte. Alcuni, dopo un leggiero dolor di capo, nel terzo dì sentendosi avvicinar l'ora estrema (e questo è fatto) si prendevano spontaneamente da se quella cotal veste, colla quale dovevano esser sepolti, e morivano placidamente senza alcun segno esterno, conservando fino all'ultimo momento una piena serenità della mente.

In alcuni si manifestavano delle pustole nericce della forma di quelle del vajuolo, ovvero dei flicteni alla regione dello scrobicolo del cuore.

IX. Altri poi (e ciò specialmente verso il terminar del contagio) avevano una peste così benigna, che si trovavano star bene, come se fossero stati sani. Comparivano in essi istantaneamente buboni o carbonchi; e gli uni e gli altri però senza sintomo febbrile.

X. I fanciulli, sotto degli otto anni, andavano quasi tutti immuni dal contagio. Per opposito le donne, e le fanciulle da marito sono state le più maltrattate.