Vennero prese delle precauzioni per impedire queste comunicazioni, ma non abbastanza sollecitamente; mentre già in maggio 1770 il pestifero morbo aveva oltrepassato i confini, ed attaccato una famiglia del distretto di Corona, che diede alloggio ad un greco di Bukarest. Detto greco aveva dato a lavare le sue biancherie sporche ad una donzella della stessa casa ospitale che lo aveva albergato; e il giorno dopo s'avviò al Lazzeretto presentando l'aspetto della migliore salute. La fanciulla però, che lavate aveva le di lui robe, ammalò con un bubone sotto l'ascella sinistra ed un carbonchio al gomito destro, e se ne morì in quattro dì. Ad essa poco dopo tenne dietro la madre, un di lei fratello di dieci anni, ed una picciola sorella di quattro, morti tutti e tre dopo breve decubito da quel morbo medesimo. Al padre si appiccò più mite il contagio: manifestatasegli una parotide presso l'orecchio destro, scampò la vita; lo che avvenne pur di un'altra fanciulla di sei anni, cui scoppiato era un bubone all'inguine sinistro. Il rio morbo da quella in altre famiglie del distretto non istette molto a diffondersi. Nel solo territorio detto dei Casali, fra 665 famiglie formanti insieme 3106 individui, 236 sono rimaste infette, 743 furono i malati, de' quali 615 morti, 128 guariti. In oltre sono morti 33 forestieri, tra' quali due chirurghi; 11 sono guariti. Da quella in altre località del distretto medesimo si propagò il contagio; a Rosnania, a nuovo e vecchio Tohan, ma non vi fece grandi progressi, arrestato forse dalle buone discipline, e saggi provvedimenti sanitarj che un più tardo sviluppo lasciò tempo di adottare colà. Fra 833 famiglie che costituivano la popolazione delle tre sopraccennate località, 81 soltanto rimasero infette; e fra esse gli attaccati furono 228, i morti 174, i risanati 54. I principali sintomi di questo contagio, giusta la descrizione che ci à dato di esso il celeberrimo Chenot, erano, brividi, freddo, improvvisa prostrazione o abbattimento di forze, una certa ambascia o angustia ai precordii, calore, sete, eccessivo dolore di testa, vomito, alienazione di mente, delirio, talvolta sonnolenza irrequieta, buboni agl'inguini, alle ascelle, parotidi, carbonchi; e nei cadaveri vibici e petecchie[62].
Dal distretto di Corona il contagio si propagò in altri cinque di quella Provincia, cioè in quello di Fogara, a Rosmunda nel Comitato di Nangy-Sinken, nella Contea di Hâromszék, nella Residenza Csiken, e nella Contea Marussich. In tutti questi sei distretti, popolati da 3486 famiglie, la peste vi penetrò in 506; ammalarono 1643 persone, delle quali ne morirono 1204 e 439 risanarono. Il primo sviluppo del morbo accadde in maggio 1770, come fu sopratocco, e vi ebbero parecchi morti. In giugno e luglio successivi si accrebbe: ma nell'agosto e settembre giunse al massimo della forza;[63]. In ottobre cominciò a declinare; In novembre era in piena declinazione; in dicembre più mite ancora; in gennajo pressocchè interamente cessato: e nei mesi di febbrajo e marzo non si ebbe che qualche raro caso. Il giorno 20 marzo ammalò una donna a Kakasd, Contea Marussich, con un bubone all'inguine destro ed un carbone sul ventre, la quale anche guarì: e questa fu l'ultima incidenza morbosa nel territorio della Transilvania. Visitate dal D.r Brukmann tutte le località nelle quali aveva serpeggiato la peste, ed in conseguenza erano considerate infette; ed avendo riconosciuto che non vi avevano più in esse se non che delle malattie ordinarie, tra le quali la scarlattina: ciò che fu considerato di buon indizio; mentre è osservazione quasi costante, che durante la peste non regnano altre malattie, o se si manifestano, assumono ben presto di essa il tipo e il carattere in modo da andarne colla stessa confuse: e che allorquando la peste volge al suo termine, incominciano contemporaneamente a comparire qua e là morbi ordinarii col consueto corredo de' sintomi loro proprii, furono dati gli ordini degli espurghi delle case e suppellettili infette; ai quali espurghi si è dato principio nell'aprile seguente.
In ciò fare si procedette primieramente all'abbruciamento di quelle case infette, isolate e lontane, la cui custodia recava molto incomodo ed offriva non poche difficoltà, e che per la loro situazione potevano servir di ospizio ai vagabondi, di ricettacolo ai ladri, ed a nascondiglio degli effetti contaminati: ciò molto più, quanto che delle stesse guardie non si poteva sempre fidarsi. Nelle maggiori borgate, e là dove le case erano unite ed in maggior numero, all'incendio veniva sostituito l'espurgo, anche perchè si evitava in tal modo il pericolo, che acceso il fuoco in una casa infetta, in altre sane con grave danno si comunicasse.
A presiedere i sopraccennati espurghi sono stati destinati alquanti chirurghi, ai quali dal Magistrato, o Consiglio Superiore di Sanità della Provincia, vennero date le occorrenti istruzioni e prescritte le norme da seguirsi impreteribilmente. Tutte le dette istruzioni colimavano ad antivenire e togliere tutte le cause che in qualunque modo potevano favorire o dar occasione ad un nuovo sviluppo od incremento del male, cancellare o distruggere il fomite pestilente ovunque esser vi potesse annidato; e ciò con ogni maggior studio e diligenza, con l'opera la più accurata ed assidua.
Se le case da espurgarsi erano tuttavia abitate, i superstiti individui sani si facevano passare in altre sane a ciò appositamente destinate: i malati si traducevano all'ospitale. Sì gli uni che gli altri prima di entrare in detti luoghi venivano spogliati dalle vesti sospette che indossavano, sostituitene delle altre nuove e pulite, o almeno di quelle ch'erano state previamente spurgate e mondate diligentemente. Prima d'indossare le nuove vesti venivano i loro corpi con acqua e aceto accuratamente lavati a mezzo di spugne o pannolini in detto liquore inzuppati.
Le vesti sospette deposte, erano passate agli espurgatori, o per l'abbruciamento, se cenciose e di poco o nessun valore, o per l'espurgo, se buone e tali da conservarsi. Lo stesso metodo tenevasi per le coperte da letto. Nè era permesso alle famiglie asportar fuori dalle case disegnate all'espurgo se non que' soli effetti che venivano richiesti dalla più stretta necessità. Allorchè mancavano vestiti nuovi o spurgati pella sopraccennata sostituzione, davasi l'incarico agli stessi individui delle famiglie che dovevan sortire di spurgare essi medesimi que' duplicati che avevano in casa, a fine di potersene servire pel cambio prescritto all'ingresso delle località libere cui passar dovevano ad abitare. Tutte le altre robe ed effetti erano lasciati per l'espurgo a quelli dal pubblico a questo oggetto appositamente incaricati.
Le case infette destinate all'espurgo, appena sortite le persone che le abitavano, venivan chiuse e custodite da guardie. In esse non era più permesso l'ingresso che ai soli incaricati della disinfettazione. Allorchè questa veniva intrapresa, prima cura degli espurgatori era quella di chiuder esattamente tutte le porte e finestre della casa, i fori dei cammini, delle stuffe ed ogni pertugio, dopo di che accendevano alquante onde di zolfo entro a stoviglie di terra, più o meno secondo l'ampiezza ed il numero de' locali da spurgarsi; indi distribuiti i vasi fumigatorii nel modo da essi reputato migliore entro il locale o locali da spurgarsi, chiudevano dietro se la porta d'ingresso, e lasciavano la casa così chiusa per lo spazio di 24 ore; scorse le quali, ripetevano la stessa fumigazione per altri due giorni successivamente.
Indi si procedeva allo spurgo delle suppellettili. Tutti i vestiti, pannilini, coperte, ed altri effetti che avevano servito ad uso dei malati, o ch'erano stati da essi maneggiati, o tocchi, venivan gittati in una tinozza od altro recipiente di legno, in cui si versava del liscivo caldo fino a che ne restasser coperti, lasciativi entro a macerare per ventiquattr'ore. Allo spirare di detto periodo, scolato il liscivo, s'infondevano in acqua bollente, la quale doveva essere rinnovata due, tre, e fino quattro volte. Indi lavati nel modo solito ed asciugati. Tutta questa operazione doveva esser ripetuta tre volte. Que' vestiti però, coperte ed altri oggetti, che per la lor qualità non potevano esser spurgati col liscivo senza venir guastati e rendutí inservibili, come pure i stracci, le robe di poco o nessun valore, la paglia dei letti, e cose simili, dovevano esser abbruciati. Finalmente tutte le masserizie, mobili, arnesi di casa, utensili di terra, di legno, di vetro, di metallo ed ogni altra cosa che poteva sostenere l'espurgo d'acqua senza pericolo di guasto, venivano parimenti lavati ed astersi col liscivo, o con altro liquore secondo la qualità loro. Le pareti imbiancate con doppio stratto di calce, i pavimenti raschiati e lavati ripetutamente col ranno medesimo. Tutte le altre suppellettili che non soffrivano l'espurgo d'acqua, i libri, le carte, i pennachii, cappelli, pellicie, drapperie di lino, di lana, di seta, ecc. dopo impregnate di fumo dello zolfo venivano esposte ad una libera ventilazione. Di tre in tre giorni si assoggettavano alla stessa fumigazione solforosa; e finalmente presso al termine della contumacia ad un suffumigio più mite; p. es. di legno di ginepro, d'incenso, di mirra, benzoino, e cose simili.
Lo spurgo delle case e delle suppellettili doveva esser terminato nello spazio di tre settimane; scorse le quali si chiudevano entro le case persone sane, che dovevano abitarle in via di esperimento, restandovi chiuse in esse pel periodo di sei settimane. Se durante detto periodo si conservavano sane, la casa allora veniva dichiarata sana, e messa in libera comunicazione a disposizione della famiglia cui apparteneva. Per tal modo si otteneva prova non solo dell'efficacia degli eseguiti espurghi, ma altresì della generale cessazion della peste.
I morti dal contagio, giusta gli ordini dati dalle Autorità dovevano esser tutti trasportati col mezzo de' becchini al cimitero comune, ovvero al luogo a ciò appositamente destinato; ed ivi, scavate le fosse profonde quattro piedi almeno, gittati in esse i cadaveri, dovevano questi venir coperti con calce viva; e mancando la calce, con cenere. Per lo più però mancava l'una e l'altra, ed i cadaveri venivano interrati superficialmente, in ispecieltà nelle località isolate e lontane, dove non poteasi avere l'opera de' seppellitori pubblici, o dove questi non eran sufficienti al bisogno. Il perchè, non di rado si dovean costringere gl'individui delle stesse famiglie cui apparteneva il morto a prestarsi al pio e doloroso ufficio di dargli sepoltura. Dopo estinta la peste, si chiusero i cimiteri dei pestiferati, e s'intersecarono con essi le comunicazioni, dopo aver accumulata una certa quantità di terra ed innalzato un suolo nei siti delle fosse, entro alle quali erano stati sepolti i morti dal contagio.