La fisonomia del morto da peste si osserva per ordinario considerabilmente cangiata, il viso di un aspetto piuttosto lurido, però non gonfio, non contratto, non livido: le palpebre non sempre, ma per lo più sono interamente chiuse: il rossore degli occhi è d'ordinario più carico che non lo era nel corso della malattia: le narici e la bocca sovente imbrattate da una materia nerastra. — Le mani hanno lo stesso aspetto del viso. — Delle macchie più o meno larghe, più o meno livide, in ispecieltà sopra la regione anteriore del collo e superiore del torace si osservano spessissimo nei cadaveri della peste, segnatamente a contagio avanzato; le quali macchie, suggellazioni o echimosi s'incontrano per ordinario anche allo scroto ed alle grandi labbra. Alcune volte, ma più circoscritte, compariscono pure sul ventre, talvolta ancora sopra tutta la superficie del tronco, rarissime volte su tutto il corpo. Niente di meno, non è raro il caso vedere la cute delle gambe di un rosso livido fosco, come suol diventare dal freddo; e toccata colle dita staccarsi la cuticola. Sovente i vasi del collo sono gonfii, e come disegnati e rilevati sopra gl'integumenti che li coprono. — La parte anteriore del petto non di rado enfisematica. — Il ventre è alcune volte teso meteorizzato. Prescindendo dalle sopraccennate macchie, i corpi dei morti da peste sono in generale più pallidi degli altri, e come se fossero esangui; però, come si è detto, spesso molli e floscii. La pressione con un dito basta talvolta a far nascere un'echimosi. Qualche volta dopo la morte sorte sangue sciolto dalle narici, dalle orecchie, dalla bocca, di maniera che il sangue non solamente si spande in tutto il tessuto cellulare, ma eziandio al di fuori. — In molti casi nulla si osserva di tutto ciò, ed i cadaveri non appariscono differenti dagli altri.
Al contrario di quello che ha osservato Pugnet nella peste del Cairo; Orreo, Samoilowitz ed alcuni altri notarono che i cadaveri dei pestiferati dopo cinque o sei giorni non esalano alcun odore. Avendo io avuto occasione di vederne moltissimi, non mi sono mai accorto che passino in putrefazione più presto degli altri. Talvolta soltanto dopo morte comparivano indizii di bubone o carbone, e se esistevano buboni nel corso della malattia, seguita che n'era la morte, non iscomparivano, ma appassivano ed inclinavano al livido.
Gorgh descrive l'aspetto del cadavere di una donna morta di peste a Vienna nel 1713 nel seguente modo:
«Es war eine Weibsperson eines blühenden Alters, mit zerütteten Haaren, offenen Augen, mit etwas grausen drohenden Lefzen des Mundes, mit wenig schwarz herausgesteckter Zunge, die übrige Gestalt nicht unfreundlich!» — Ciò che in italiano suona come segue:
Era una donna di età fiorente, con capelli scompigliati, con occhi aperti, colle labbra aventi nell'atteggiamento alcun che di truce e minaccievole, colla lingua nera sporgente un poco in fuori, nel resto l'aspetto non era punto sgradevole.
Sezione dei Cadaveri.
Fino al principio di questo secolo si conosceva assai poco sulle lesioni interne di quelli che morivano di peste, e l'anatomia patologica della peste aveva fatto pochi progressi. L'eccessivo timore del contagio nei paesi dell'Occidente; i pregiudizii religiosi, la popolare ignoranza e l'insufficienza scientifica in quelli dell'Oriente, opponevano ostacoli insormontabili a siffatte investigazioni.
Negli antichi scrittori sulla peste si trovano appena alcune poche traccie di riconoscimenti di lesioni interne nei corpi dei pestiferati. Pare che il Magistrato di Sanità di Genova nella peste del 1656 fosse stato il primo a ordinare che si facessero sezioni di cadaveri, onde scoprire possibilmente per tal mezzo quali fossero le cause di tante subite ed irreparabili morti (V. facc. 487). In appresso vennero fatte sezioni dei cadaveri di persone morte dalla peste nel 1636 a Nimega, nel 1721 a Marsiglia, nel 1738 nell'Ukrania, ed in varii altri luoghi (V. pag. 598-618), ma con pochi risultamenti utili per la scienza e per l'umanità. Fra i moderni Pugnet, medico dell'armata francese dell'Egitto, abile e diligente osservatore della peste nei paesi del Levante, fu uno dei più benemeriti della storia anatomico-patologica della peste, e se non il primo fu certamente uno dei primi che siasi avanzato coraggiosamente in questo stadio fino allora percorso da pochi, e che abbia fatto esatte ed importanti osservazioni sulle interne lesioni che presentano i cadaveri dei pestiferati, le quali osservazioni unitamente a tante altre bellissime fece egli di pubblico diritto colle stampe nella sua Opera (Mémoires sur les fièvres pestilentielles et insidieuses du Levant. Paris 1802.)
Per amore di verità e di giustizia dobbiamo però confessare che le più esatte, le più importanti ed utili osservazioni in tale argomento, la più estesa conoscenza della storia anatomico-patologica della malattia della peste, le dobbiamo ai valenti ed intrepidi medici, specialmente francesi, che in questi ultimi anni si dedicarono a studiare la peste nei paesi del Levante, e che con un coraggio ed una negazione di sè medesimi degni di ammirazione e di altissima lode, affrontarono tutti i pericoli, trionfarono di tutti gli ostacoli, e spinti dall'amor della scienza, dal puro interesse dell'umanità, avendo intrapreso colla maggior diligenza ed esattezza e col necessario corredo di cognizioni scientifiche un gran numero di sezioni di cadaveri, riempirono utilmente questa lacuna, e contribuirono mirabilmente ai progressi della scienza medica sulla malattia della peste e sulle interne lesioni che s'incontrano nei corpi d'individui morti sotto questo flagello.