Quello che vi ha di più notevole nella storia di questo contagio si è, la parte che nella introduzione e diffusione di esso ebbe lo stesso Vice Re di Napoli conte di Castrillo, cui più di ogni altro interessar doveva di tenerlo lontano. Fu portato a Napoli col mezzo di un vascello carico di soldatesche procedente dalla Sardegna infetta, a cui fu data libera pratica malgrado i sussistenti rigorosissimi bandi che lo proibivano; e v'ha ragione di credere ciò sia avvenuto per secreto ordine dello stesso Vice Re. Il contagio si sparse tosto in varii quartieri della città — » [467] e seg.

I medici, nel principio del morbo i perniciosi effetti ascrivevano, chi a febbri maligne, chi ad apoplessie, ed altri ad altri mali. Uno fra essi che pur vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta dichiarò il morbo essere pestilenziale, fu d'ordine dello stesso Vice Re posto in carcere, dove ammalatosi gli fu per somma grazia concesso di andar a morire a casa sua, e ciò perchè al conte Castrillo sommamente rincresceva che insorgesse fama in Napoli esservi la peste, dovendo Egli spedire soccorso di soldatesche per la guerra dello stato di Milano, travagliato dalle armi del Re di Francia — » [467]

Gli altri medici fatti accorti da tale lezione e spaventati, non osarono più denunziare esservi la peste a Napoli, ma continuarono ad occultare la qualità del male, il quale intanto esteso per tutti i quartieri della città mieteva ogni giorno più centinaja di vittime. Per le forti rimostranze del Cardinale Filomarino Arcivescovo di Napoli quel Vice Re fu costretto a far unire di nuovo i più rinomati medici de' suoi tempi, perchè dessero parere; ma questi, sia per ignoranza, sia per adulazione, e più probabilmente per paura, non ardirono dichiarare il morbo per pestilenziale, e si limitarono a suggerire alcuni mezzi profilatici. Altro che frasche, dice lo storico. — Orribili e spaventose divennero le stragi. Fino ad otto o dieci mila al giorno salì il numero de' morti. Vi fu un giorno che arrivò a quindici mila. Come descrivere gli orrori e l'eccidio di quelle spaventevoli giornate! — » [468] a 474

Il Vice Re e le Deputazioni s'affaticarono a dar quel migliore riparo che per loro si potesse, ma era troppo tardi. Tutte le misure furono inutili. Le stragi continuarono con un furore appena credibile; fino a che verso la metà di agosto un'impetuosa ed abbondante pioggia temperò alquanto la furia del male, il quale poco appresso cessò. Nessuno più s'è ammalato. Quelli ch'erano tocchi guarivano — » [476] e seg.

Peste di Roma dello stesso anno 1656 — » [481] a 485

Al primo annuncio della peste in Napoli severe precauzioni di Sanità erano state adottate dalle Autorità Pontificie per impedire l'introduzion del contagio negli stati della Chiesa. Ciò nullostante il contagio penetrò prima a Rieti nel Ducato di Spoleto, poi si propagò a Nettuno piccola città della campagna Romana, finalmente a Civitavecchia, ed il dì 8 giugno si è sviluppato nella stessa Roma — » [481]

Sintomi della malattia. La malattia si mostrava con un calore ai precordii sì violento che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua bianco-cinericcia, e poi nera, urine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio — » [ivi]

Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi con unguento egiziaco. Sopra i buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatori. Il Padre Kirchero, il quale a quel tempo trovavasi a Roma, assicura, che niuno segnato dai cauteri o fontanelle fu invaso dalla peste, tranne alcuni di vita epicurea — » [482]

L'emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più s'impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema, giovavansi i malati con brodi, renduti più eccitanti dalla pimpinella, dallo scordio, dalla scabbiosa, semi di cedro e simili con alcune goccie di acido solforico. Si somministrava parimenti l'acqua teriacale, i sudoriferi, ed il vino. Tornavano nocivi i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d'orzo acidulata con aceto era la bibita ordinaria — » [482] e 483

In quella circostanza si stabilirono in Roma non pochi spedali e Lazzeretti; si fecero espurghi, erettevi all'uopo alcune macchine; la città fu divisa in quartieri, e ad ogni quartiere fu assegnato il respettivo commissario, i suoi medici, chirurghi, confessori ecc. Molte provvide discipline vennero del pari ordinate sopra oggetti annonarii, ed altri di eguale necessità, senza guardar a spesa e senz'altri particolari riguardi — » [482] e 483