Gli anni 1743-44 segnano l'epoca memorabile della terribile peste di Messina.

Erano scorsi 168 anni da che quella città era libera dalla peste, cioè dal 1575. In detto anno 1743 la peste s'introdusse in Messina incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di Europa, e vi operò immense rovine — » [625]

Vi fu recata col mezzo di una tartana genovese carica di lana, di frumento e di telerie proveniente da Missolongi, la quale arrivò a Messina con patente netta dopo 30 giorni di viaggio — » [ivi] e seg.

Dalla patente di Sanità e dai costituti giurati delle persone dell'equipaggio restò ingannato quel Magistrato di Sanità — » [624]

Permesso lo scarico delle merci, due giorni appresso si ammalò il capitano del bastimento con resipola nella faccia, giusta la relazione del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Chiamati altri medici a giudicare della cagione di questa morte dopo sì breve decubito, stabilirono fosse morto per la retrocessione della resipola — » [624] e 625

Due giorni dopo ammalò un altro individuo dello stesso bastimento, e morì in due dì con tumore sotto l'ascella e con petecchie per tutto il corpo, di maniera che lo si giudicò tocco da peste — » [ivi]

Ragunatisi i medici più riputati e le persone più distinte, si determinò doversi bruciar la tartana con tutto ciò che dentro vi era, salvate le genti; lo che nel dì 30 marzo fu anche puntualmente eseguito. Se non che, insorta furiosa tempesta mentre il bastimento era in fiamme, dalla violenza dell'onde fu spinto il naviglio ad arenare sul lido, e porzione della lana e del frumento ne fu dispersa per quella riviera — » [625] e 626

Stabilite guardie e cordoni, passarono quaranta giorni senza alcun tristo accidente, di maniera che si credette la città libera da ogni pericolo. Quindi nel giorno 15 maggio fu cantato solenne Te Deum nella Cattedrale. Ma poche ore appresso si rilevò che in un quartiere della città s'erano manifestate febbri di mal costume. Inviatisi tosto i medici della Deputazione a visitare gl'infermi, e riconoscere la natura del male, riferirono essi «non esser in conto alcuno quelle malattie contagiose e pestifere, ma bensì epidemiali, quelle stesse che s'erano fatte veder nel febbrajo ultimo scorso» — » [627]

La stessa relazione diedero i medici della cura, lo stesso dichiararono quelli altresì ai quali veniva attribuito di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada; sicchè sollevati gli animi, i Magistrati si abbandonarono ad una cieca fiducia, trascurate le opportune precauzioni, ed intanto la peste si sparse rapidamente negli altri quartieri della città — » [628]

Moltiplicavasi ogni giorno il numero degl'infermi e dei morti: ciò non pertanto i medici continuavano ad assicurare, che non era mal contagioso ma epidemia maligna. Fondavano essi il loro giudizio sul non osservarsi comunicazione del male a coloro che assistevan gli infermi, quando se peste fosse stata, dicevan essi, doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso — » [629]