Ma più tosto de l'Erebo crudele,

Che fa l'ultimo dì esser fatale;

Ama il tuo servo humile e fedele».

Tra le ordinazioni sovrane in questa pestilenza è da notare quella, che fu prescritta, importante che le facoltà de' morti appestati senza eredi fossero, per ragion di dono, applicate alla città, onde ripararne, quanto più si potesse, i sofferti danni.

[24]. Ho già accennato (f. 295), che la peste del 1340 cotanto inferocì nella Toscana, che vi uccise da un sesto della sua popolazione. In Firenze specialmente fece orribile strage. Chi cadeva malato, era ben raro che ne campasse. Successe quindi la memorabile pestilenza del 1348 descritta dal Boccaccio (f. 298), la quale fu preceduta da una lunga e gravissima carestia. Quindici anni dopo, dico nel 1363, quella città fu ritocca da peste; della quale vi morirono lo storico Matteo Villani, e Pietro Farnese, celebre condottier d'armi.

E dappoichè mi vien fatto, intendendo a questo mio lavoro, di trovare negli scrittori ricordate alcune particolarità nella pestilenza, che dal 1361 sino a tutto il 1363 travagliò fieramente l'Italia, credo che sarà per riuscir grato ai lettori il soggiugnerle al poco, che già ne scrissi (f. 297).

Questa pestilenza adunque infestò già gravemente la Francia, l'Inghilterra, la Germania, ed altri paesi, avendo in Avignone tolto di vita più migliaja di persone. Fra loro si contarono sette cardinali, come s'è detto (f. 298) oltre molti del popolo, e parecchi ministri della corte Pontificia. Nel Giugno del 1361 di là passò in Italia, e si diffuse ben presto in Piemonte, in Genova, in Novara, in Piacenza, in Parma, ed in altre città. Milano, che si preservò dalla terribile peste del 1348, non potè sì che pur da questa ne andò desolato: tanta vi fu la strage della popolazione. Quivi terminò nel Febbrajo del 1362. Il Petrarca fuggì di là, avvisando trovar salvezza in Venezia; ma non andò guari che quivi pure sopraggiunse il fiero morbo, e vi si propagò con incredibile mortalità di que' cittadini, continuandovi le sue desolazioni per l'anno 1361 (f. 297), ed anche nel susseguente 1362.

Nelle città di Terra ferma la moría incominciò più tardi che a Venezia. Ma il tristo malore, dopo di aver desolato Venezia, e la Lombardia, passò ad infettar sotto Brescia l'esercito de' Collegati. Quindi vi sconcertò tutti i loro disegni, sforzando l'armata a ritirarsi. Miserabile ad imprudente consiglio, soggiugne uno storico, poichè, tornando que' soldati a' proprj quartieri, vi portarono seco la pestifera lue, la quale si diffuse ben presto per diverse città d'Italia. È indicibile il guasto ch'ella fece in Verona nel 1362 e nel principio del 1363, asserendo gli storici, che più della metà, anzi tre quarti degli abitanti ne rimasero estinti. Il perchè vi fu sì grande il terrore, che i cittadini, e uomini e donne, se ne fuggirono, ricoverandosi alla campagna. V'ebbe in Trevigi la medesima desolazione; e Vicenza non ne andò esente. Padova anch'essa fu soggetta alle più compassionevoli desolazioni. E ciò che è peggio, ne' respettivi territorj, comecchè con meno di furore, che nelle summenzionate città, menò strage il morbo per tutto l'anno 1363; e nell'Agosto spezialmente in Trevigi. Sul finir di quel mese il signor di Padova Francesco da Carrara, non cessando il malore, si ritirò a Bovolenta, terra del Padovano. Fatta la pace fra le Potenze della lega ed il Visconti, la peste cessò intieramente nel principio dell'anno 1364. Allora il Carrarese ed i Veneziani con saggi provvedimenti procurarono di aumentare la popolazione, diminuitasi da quell'orribile malore. Il Veneto Senato con Ducale 18 Marzo concesse l'esenzione di ogni gravezza per cinque anni a tutti quelli, che fosser venuti ad abitare le quasi diserte provincie di Trevigi, e di Ceneda, e a coltivarne le campagne, correndo pericolo di restare incolte per difetto di lavoratori.

Il Carrarese parimenti fece un decreto, con cui richiamava tutti i banditi per debiti; adducendone il motivo anch'egli, perchè con essi ripopolar si potesse la città di Padova, dalla peste desolata pur essa. Per la medesima ragione si fece lo stesso in Belluno.

È poi cosa ben verisimile che anche lo Scaligero abbia messo in opera gli stessi mezzi per ottenerne il medesimo fine, essendosi pur d'assai scemata la popolazione in Verona (Verci, Stor. della Marca Trevig. T. XIV. f. 22 e segg. f. 36, 41, 63).