Conoscendo però quanto sia grave l'importanza di questo subbietto; quanto grande sia il bisogno che i Medici, i Chirurghi, ed altri addetti ai Sanitarii Ufficii abbiano chiare e precise idee sulla diagnosi di questo morbo, che alla sua prima comparsa si presenta spesso con forme poco ben pronunciate, con sintomi equivoci e tali da lasciare i Medici anche più esperti nell'incertezza, non posso esimermi dal produrre anche in questo primo Volume alcuni pochi cenni staccati, dedotti dall'esperienza e dalle osservazioni ch'ebbi occasione di fare sul campo stesso della peste nelle diverse circostanze, in cui onorato da pubbliche commissioni, dovetti coi deboli miei sforzi occuparmi a combatterla. Se si credono utili, sarà meglio certamente sollecitarne di esse la pubblicazione, almeno di una parte, anzi che rimetterla ad un tempo indeterminato. Il perchè, esporrò ora alcune poche delle dette osservazioni ed avvertenze così com'ebbi allora occasion di notarle.

1.º È preziosa l'avvertenza di Schraud fatta nel suo Regolamento di Polizia interna per la peste e febbre gialla del 1815; ch'è la seguente;

«Allorchè la peste serpeggia vicina, se più persone in una stessa casa od altre contigue si ammalano coi sintomi stessi o consimili, e muojono in breve decubito (fra il 2.do ed il 5.to giorno), senza riconosciuta causa, e senza altri fenomeni che quelli che sono proprii delle febbri, si deve sempre sospettare la peste. Così parimenti, se le dette persone provengono da luoghi infetti, o fossero state in comunicazione con vestiti o mercatanzie che si potessero sospettare contaminate da quel contagio».

2.º La peste non ha in generale sintomi prodromi. I malati spesso provano ad un tratto un gran turbamento in tutto il sistema nervoso, un senso indefinibile di mal essere, di stanchezza, dolor di gambe, abbattimento o prostrazione di forze, brividi, freddo specialmente lungo il dorso; una leggiera e rapida aberazione visuale; cefalalgia più o meno intensa; dolori pulsativi, od anche appena percettibili al tatto, alle regioni ascellari o inguinali, qualche volta dolori per tutto il corpo e segnatamente alle articolazioni; non di rado senso di oppressione, calore od angustia ai precordii; profondi sospiri; una sensazione d'intormentimento generale; vertigini; sete, ed alcune volte ardentissima con la brama di bevande acidule e fredde; nausea, e non di rado vomito di materie biliose, o verdastre; altre volte sono i soli liquidi ingeriti che il malato restituisce, quasi senza avvedersene; la faccia acquista un aspetto di ebetudine, di stupidezza; talvolta apparisce un po' tumidetta e splendente come fosse stata unta coll'oglio. La fisonomia è sconcertata, più o meno cangiata. I muscoli della faccia mal pronunciati. Altre volle all'incontro la faccia è animata, ma di un aspetto torvo ed incerto, presenta un non so che di misto fra lo stato di ubbriachezza e di disperazione. Il color della faccia è d'ordinario pallido, lurido, tirante al cadaverico; se anche è rossiccio si avvicina al livido; qualche volta eziandio normale. Gli occhi, che hanno perduto il loro naturale splendore, sono rossi colla congiuntiva injettata di sangue, intolleranti alla luce; ora prominenti e giallognoli, ora profondati nell'orbita, languidi e lacrimanti, colla pupilla dilatata. I sguardi per lo più abbattuti; alcune volte più vivi, ma spaventati e torvi come nell'idrofobia; le palpebre socchiuse, la superiore pare che non possano sollevarla che con difficoltà; la bocca mezzo aperta come quella degli idioti; la marcia è poco sicura, si reggono male in piedi, vacillano nel camminare a un di presso come gli ubbriachi; la testa è per lo più pendente sul petto; la pelle è calda e secca; spesse volte di un calor mite o piuttosto fredda; il polso è frequente, picciolo, esile, vuoto; qualche volta in istato naturale; specialmente in principio non v'ha indizio di febbre in quanto al polso. I malati hanno difficoltà di combinare le idee; talvolta mostrano una perfetta apatia sul loro stato; per ordinario ritornano sempre sopra un determinato oggetto, quest'oggetto è comunemente il pericolo in cui versano, il timor di morire. Uomini fino allora coraggiosissimi a tutte prove, diventano pusillanimi e paurosissimi ad un tratto. Altre volte appariscono d'una straordinaria vivacità ed allegria che confina colla pazzia; la respirazione è spesso frequente; la favella è serrata, imbarazzata; la voce è rauca e grossa, come a far sospettare di un'angina; qualche volta avvi mutolezza completa; profonda melanconia; irrequietezza della persona; smania; tinito d'orecchi; sordità; alito fetente; la lingua è sempre umida, larga, coperta di una pania biancastra color di calce, o di un colore che si avvicina alla madreperla, sotto cui alle volte traspira il rosso delle papille della lingua medesima; agli orli ed alle estremità è rossa ed in istato normale. Nel progresso, allorchè la malattia è giunta allo stadio di reazione, diventa secca, arida, screpolata, ristretta; i denti sono fuliginosi, le labbra incrostate; le narici piene di una materia nerastra solida, che colla diseccazione diventa polverulenta. Le fauci alle volte sono di un rosso carico, con afte; le urine ora cariche e quasi sanguigne, ora tenui e crude; il ventre spesso ostinatamente chiuso nel principio, coll'avanzare del morbo alla stitichezza succede una diarrea non critica senza dolori. Gli appestati sogliono tramandare un certo odore particolare, dolcigno smaccato, tale che non si saprebbe definire. Rare volte decombono supini; per lo più giacciono sul tronco. Il loro decubito è diverso da quello delle malattie ordinarie, ed il più delle volte non corrisponde alla gravezza de' sintomi. Avvanzandosi il male, e secondo la maggiore o minore violenza di esso, compariscono petecchie, delirio, ec. Allo stadio d'invasione segue quello di reazione; e quest'ultimo termina o colla morte o colla crisi. La durata della malattia, in qualunque caso è breve, almeno più breve che nelle malattie ordinarie.

Tutti i sopradescritti sintomi però, isolati o riuniti, sono ancora equivoci e comuni ad altre malattie.

I soli segni positivi, patagnomonici della peste, proprii a farla riconoscere indubbiamente, sono i seguenti.

1.º I buboni degl'inguini, delle ascelle, agli angoli delle mascelle, con la totalità o una parte dei sintomi sopradescritti.

2.º L'antrace, o carbone pestilenziale.

3.º Le petecchie, che sono punticchiamenti o macchie superficiali, da principio rosse, poi nere, più o meno estese, isolate, o aggregate e confuse, sparse sopra diverse parti del corpo, e più ordinariamente sul collo, le parti anteriori del petto, e gli arti inferiori.

4.º I dolori ganglionari, ossia dolori lancinanti o pulsativi al sito dei gangli, o soli, o accompagnati con ingorgamento.