Nulla di nuovo poteva narrare ad Ettore, che ormai, dopo le confidenze del sottoprefetto, ne sapeva quanto Guglielmi. Interpose il proprio consiglio per ottenere la desistenza dalle dimissioni.
— Si dimetterà poi. Se, come dice, l’accaduto è pretesto presso suo zio per ritornare all’arte, di pretesti ne troverà sempre; ora non farebbe che fomentare commenti e pettegolezzi su fatti che meglio è lasciar morire nell’oblio.
«Se si trattasse soltanto del prestigio, così detto, del Governo e del commendatore Cerasi, le direi d’accomodarsi; ma vi sono di mezzo amici nostri, signore.
Guglielmi stese la mano a Ruggeri ringraziandolo e promettendo di aspettare, per ritornare alla sua arte diletta, occasione più propizia.
Su quella promessa si lasciarono.
A mezzogiorno in punto, Ettore, varcava la soglia del palazzino Sicuri, già Gabelli.
Non so se nel corso di questo racconto io abbia avuto occasione di dire che alla morte della madre, la contessa Adele consigliò al marito ed ottenne di ritornare ad abitare la casa paterna, cara alla giovine sposa per le dolci memorie d’infanzia, santuario de’ suoi poveri morti e meglio abitabile, per la sua modernità, del palazzotto medievale dei conti Sicuri, dalle bugne di granito, annerite dai secoli come lo stemma sovrastante il tetro portone, adito all’austero cortile, dal quale la luce era sì parcamente distribuita nei severi appartamenti dalle immense sale istoriate, che Adele, all’imbrunire, era spesso invasa da una specie di terrore. Il piccolo Gustavo aveva bisogno di luce e di aria, e il giardino pensile, intraveduto da noi la sera del ventiquattro giugno, cinque anni prima, al chiarore dei palloncini accesi in onore del santo, era un eden delizioso per il bambino, come già lo era stato per la mamma.
In quella splendente giornata autunnale, nessun paesaggio più pittoresco nella sua calma serena e malinconica di quello che si svolgeva dal giardino.
La balaustrata marmorea, parapetto al giardino, dominava a picco l’aperta campagna, attraversata dalle limpide correnti del Ticino, serpeggiante fra boschi e campi devastati dal mietitore, alternati a scacchiera coi prati artificiali, perennemente verdi, perennemente fecondi.
Le foglie ingiallite dei platani, dei faggi, dei larici giganti, dei vetusti gelsi, nani grotteschi, delle quercie imponenti, illuminate dai fulgidi raggi, tremolanti al soffio mite di una tramontana purificatrice, avevano riflessi d’oro nel fondo azzurro, intraducibili dal pennello del pittore, indescrivibili dalla penna del romanziere...