Da lungi, soffuse nei vapori, sollevantisi dalla terra feconda, riscaldata ai raggi tepenti, le colline dell’Oltre Po, inghirlandate di pampini rosseggianti nella loro periodica agonia, dominate dai turriti castelli appollajati sulle vette. Alla pianura lo spesseggiare di ville e villaggi dagli snelli campanili, che salutavano lietamente cogli squilli bronzei il meriggio festante; i lontani confusi rumori delle opere degli agricoltori affaccendati sulle glebe per preparare il letto invernale alle feconde sementi; i muggiti lamentosi delle mandrie pascolanti, lo squillante nitrito de’ puledri; ed i cigolìi dei pesanti carri, procedenti al lento passo de’ buoi rassegnati, infaticabili cirenei.
Al raffronto colle nebbie dei giorni precedenti, ancor più ridente era quel risveglio della natura; la gioja d’una realtà felice dopo l’oppressione affannosa di un lungo incubo.
Le due donne, Adele e Stella, i gomiti appoggiati al parapetto del giardino, nell’atteggiamento gentile dei putti della raffaellesca madonna di Dresda, in silenzio, appena interrotto da qualche osservazione mormorata a bassa voce, contemplavano quel giulivo spettacolo. Esse pure, nella loro bellezza, sì differente, ma egualmente sublime, degne del pennello del divino urbinate. Stella, nell’aspettazione febbrile, abilmente simulata; Adele ripensando al suo caro lontano, lo sguardo perduto nel lontano orizzonte.
— Roma deve essere là, susurrò Adele, additando a mezzogiorno....
Dopo breve silenzio:
— Tu verrai, non è vero? Tu verrai a trovarci?
— Come! Lasciar qui la mamma sola!
— Verrete insieme. Essa non visitò mai Roma.
— Progetti fantastici! Come deciderla a lasciare le sue abitudini, ad affrontare i disagi del viaggio?
— Qual viaggio! Poche ore di ferrovia.