— Strano! soggiunse Stella, come parlando a sè stessa. I crisantemi, invece, sono i fiori delle tombe!
Il sole, senza essere cocente, diveniva molesto. Si assisero su d’un banco all’ombra del lauro.
La contessa Adele, rallegrata dalla visita gradita, divenne espansiva, ridisse i suoi presentimenti infausti, maledicendo alla politica, narrò la sequela de’ suoi dispiaceri, tempestò l’ospite di mille questioni sul marito, sulla di lui condizione parlamentare, sciorinò i rimpianti per la elezione malaugurata, confidò i suoi terrori che la politica, le seduzioni della capitale gli potessero rapire l’affetto di Giuliano.
— Ne morrei! No! di morire non avrei il diritto, dovendomi dedicare a mio figlio; ma sarei la più infelice delle donne....
Ad un tratto, sovvenendosi:
— Corro a prendere Gustavo; vedrà quant’è carino, il cattivo. Stella, rimani col signor Ettore: sarò da voi fra pochi istanti.
***
Soli, stettero a guardarsi senza pronunziare parola. La piena dell’emozione li aveva ammutoliti.
— Stella, disse finalmente Ettore prendendo la mano profilata, gelida, della fanciulla, e portandola alle labbra. Stella, ho forse fatto male a venir meno ai miei propositi, ritornando a Miralto. Fu più forte di me, e la fatalità mi ha assecondato; non seppi, non so più lottare. Se il conte Giuliano non mi avesse pregato di precederlo, avrei forse inventato un pretesto.
«Lontano da te non è vivere, è soffrire, e l’insistenza del dolore ci rende fiacchi.