Stella si rizzò offesa.

— Ed è così che tu mi parli? Lottare per abbandonarmi, per dimenticarmi!

«Se non mi ami, dillo francamente; subirò la mia sorte senza un lamento, senza una recriminazione. Ma se un raggio d’amore per me riscalda ancora il tuo cuore, non hai diritto di essere eroico col mio sacrificio.

«Tu mi riparlerai delle convenzioni, delle convenienze sociali, degli ostacoli insormontabili, della differenza d’età, del tuo patrimonio rovinato, del ridicolo che colpirebbe un’unione tanto disparata... Le conosco, le so tutte a memoria le objezioni della tua coscienza impaurita, della tua delicatezza allarmata... No! non il mio sagrifizio, io voglio, bensì quello della tua coscienza, de’ tuoi pregiudizî... Io ti amo!

«Mille volte ho rinnovato sotto questo albero il voto a san Giovanni, il nostro santo protettore, il santo dell’amore: di esser tua o di nessuno. Non mi appartengo più!

Ettore, commosso, stringeva tuttavia la mano della fanciulla nelle sue.

— Stella, ti amo sempre più! Le tuo parole mi fanno felice; ma in questa società che tu non curi, noi viviamo e tu non vorresti esser mia a patto del mio disonore, di una slealtà.

«Tu sei sublime nella tua innocenza della vita; sublime nella virtù del sagrificio, nell’abbandono che fai di te stessa, della tua giovinezza, del tuo avvenire. Ma posso, devo io accettarlo questo sagrificio?

«Tu sei la primavera, io l’autunno... Presto verranno per me i giorni tristi dell’inverno; quelli del pentimento e del disinganno per te; nel tuo cuore germoglierà il rimpianto... e forse mi rimprovererai di aver abusato della tua inesperienza entusiasta ed imprevidente.

«Vi sono ostacoli insuperabili: tua madre, i tuoi parenti. Perciò invocavo da te il coraggio, l’energia di lottare, per vincere la mia passione.