Stella era sublime davvero nella sua pallida bellezza... Alle parole di Ettore, con un sorriso etereo sulle labbra, andava scotendo la testina gentile in atto di diniego...
Quando Ettore tacque, essa, avvicinandoglisi, lo allacciò febbrilmente al collo colle braccia, ed ergendosi sulla punta dei piedi per giungere colla bocca a quella di Ettore, mormorò più che non dicesse:
— Di tutto ciò, Ettore, che tu mi hai detto, voglio ricordare soltanto che tu mi ami, mi ami sempre più. L’hai detto, sono tua, fa di me ciò che vorrai. Io non conosco le leggi del vostro onore, della vostra lealtà. Son tua, ti amo e voglio essere riamata!
Le loro labbra si confusero in un bacio, il loro alito in un sospiro.
Alla voluttà infinita di quella sensazione deliziosa fino allo spasimo, Stella si ripiegò come fiore mietuto; sarebbe caduta, se Ettore non l’avesse sorretta.
Allarmato, la depose sul sedile di ferro... Avrebbe voluto chiamare; ma Stella, gli occhi socchiusi in un sorriso beato, mormorava:
— No, no, amico mio! Non è nulla. L’eccesso della felicità, l’emozione. Il cuore ha palpitato troppo violentemente, e mi sentivo morire. Lo sai, sono una povera inferma. Un bacio, ancora un bacio, prima che giunga Adele... Poi chissà, i lunghi mesi di separazione... Un bacio, ch’io faccia provvista di felicità per l’avvenire.
Ettore, inginocchiato ai piedi di Stella, teneva fra le mani la testina bruna, suggendo baci dalle labbra impallidite della fanciulla, di baci assetata.
Uno strillo argentino, giulivo, li avvertì dell’approssimarsi del piccolo Gustavo...
— Padrino! padrino! La mamma dice che oggi è festa, e mi ha messa la vesticciuola nuova.