— L’Italia, non c’è che dire, continuava l’onorevole Lastri, è eminentemente democratica. I monarchici sono monarchici per solo amore dello statu quo, non per convinzione, per diffidenza dell’ignoto. I dinastici, eccettuata l’alta burocrazia e l’ufficialità dell’esercito, non si trovano più che in Piemonte, ed ancora bisogna cercarli. La grande massa, quindi, è democratica o clericale. Il clericalismo, naturale nemico delle instituzioni, tende colla politica di Leone XIII a democratizzarsi. Ma i clericali propriamente detti, per ordine del pontefice, non votano. Non per paura della sconfitta; per timore della vittoria. Vittoriosi, provocherebbero una reazione. Quindi conflitti; forse la guerra civile, fors’anche lo sfacelo di questa Italia nuova, tanto necessaria al Papato, per atteggiarsi come vittima all’estero e vivificare i feticismi che andavano spegnendosi, e ancora per avere un grande paese nel quale sussistere, prosperare, agire liberamente.
«In quale terra, in quale monarchia o repubblica, il Papato potrebbe, a questi chiari di luna, aver maggior splendore e libertà?
«Le querimonie di Pio IX avevano stancato non solo i fedeli, anche il Padre Eterno; il quale, informato a tempo dal compianto generale Carini, sulle idee ed intenzioni dell’arcivescovo di Perugia, diede ordine allo Spirito Santo di inspirare a favore del cardinal Pecci il prossimo futuro conclave.
— Sta bene! interruppe l’onorevole Alfredi, uno degli ascoltatori; ma ciò non spiega la nostra doppia individualità.
— Doppia come le cipolle! Ti servo subito. Se in ogni collegio vi sono elettori ed elettori: dinastici, monarchici, repubblicani, socialisti, clericali votanti, clericali astensionisti, sonvi pure collegi e collegi nei quali le dosi della miscela elettorale sono diversamente ripartite, e siccome ogni singolo deputato assume nel proprio collegio il contegno che la maggioranza degli elettori gli inspira, così ogni collegio (escludo quelli delle grandi città) ha un tipo speciale, tutto locale, di deputato, travestito a seconda delle opportunità elettorali. Come ogni città d’Italia ha la propria maschera: Arlecchino, Pulcinella, Meneghino, Gianduja, Stenterello, ecc., ecc., così ogni collegio ha la propria maschera parlamentare, edizione unica.
«E tutte queste maschere, che siamo noi cinquecento otto, nientemeno! quando arrivano a Roma, buttano i cenci provinciali, per uniformarsi tutti come una legione di carabinieri.
«Nel collegio predichiamo il sollievo dagli aggravî, a Montecitorio votiamo nuove imposte; a casa riduzione dell’esercito; alla Camera, coi bilanci, votiamo fra gli entusiasmi le maggiori spese per gli armamenti; là il libero scambio, qui nuovi balzelli doganali, nuove barriere ai nostri prodotti; discentramento al collegio, giacobinismo a Montecitorio; libertà giurata agli elettori; alla Camera approviamo ogni arbitrio, ogni infrazione alla legge, ogni enormità dispotica, perfino i decreti ministeriali o regi sostituiti alla sovranità nazionale; la Gazzetta ufficiale grande legislatrice... Che dico? Siamo giunti alla evirazione, rinunziando, in odio al patto fondamentale, alle nostre prerogative di inviolabilità, superfettazioni, ormai, come la defunta guardia nazionale.
«Ai collegi, le cinquecent’otto maschere sono patrioti lacrimanti sull’esilio delle sorelle irredente, e qui triplici sfegatati, teneri amici dell’Austria.
«Ecco, mio caro Sicuri, disse alzandosi il deputato Lastri, in atto di andarsene, ecco come quel deputato che tu sai, possa essere radicale al suo paese, pur essendo ministeriale a Roma.
Giuliano anche erasi levato da sedere e la galleria, a conferenza finita, si disperse per le sale ed i vasti ambulatorî.