— Io?! sclamò Giuliano sbarrando gli occhi, al colmo della sorpresa. Io? Che le viene in mente, signor sottoprefetto? È impossibile! D’altronde non otterrei cinquanta voti.

— Non si preoccupi di ciò. Ai voti ci pensiamo noi.

— Lei sa ch’io sono amico del Bertasi, il candidato radicale; siamo compagni d’infanzia. L’atteggiarmi a di lui competitore, ora che la sua candidatura è posta con tante probabilità di riuscita, sarebbe una cattiva azione.

— In politica non vi sono amici, replicò sentenziosamente il funzionario, accavallando le lunghe gambe, che l’imbarazzavano più che mai, per il livello bassissimo della poltrona. In politica vi sono alleati od avversarî, alleanze o inimicizie temporanee. In politica non vi sono cattive azioni. Creda alla mia esperienza. Nella politica ci sto da trent’anni.

Giuliano, poco edificato dalle teorie del sottoprefetto, preferì non rispondere, ben deciso di non adottarle ad alcun patto. Si limitò a sorridere, diniegando del capo, come per dire: Ella non mi convince!

lì tentatore non si diede per vinto, levò dalla tasca in petto del burocratico palamidone un foglio che porse a Giuliano.

— Un telegramma di Stato diretto a lei, firmato dal ministro La Fossa. Ma, è cifrato, per me è peggio che arabo. Che ci ha a fare in tutto ciò il ministro d’agricoltura e commercio?

Il sottoprefetto gli presentò un altro foglio:

— Quello è il documento originale, questo ne è la traduzione.

Giuliano lesse: