— La signora contessa, quantunque un po’ indisposta, la prega di voler entrare.
Giuliano fu preso dal panico. La sua timidità già allarmata si inalberò alla minaccia di un solo a sola colla contessa... Sarebbe ritornato addietro con entusiasmo; ma, non vi era modo.
Il cerbero in calzoni corti, calze di seta, fibbie e galloni d’oro, lo precedeva premuroso. Dovette seguirlo, facendo di necessità virtù.
— Maledetta la fretta! pensò. Potevo ritardare di mezz’ora e, probabilmente, avrei trovato il cancello chiuso.
E col coraggio della disperazione, il solo coraggio dei timidi, affrontò risolutamente la scalea in marmo bianco che dal giardino metteva al vestibolo, mentre ossequioso, il domestico, spalancava la porto vetrata.
Nella penombra, chè anche il vestibolo era appena rischiarato da una lampada in bronzo cesellato dai cristalli a colori, un sentore di eleganza, un profumo di buon gusto signorile, veramente moderno fra i massicci mobili antichi di quercia bruna e i soffici tappeti orientali. Nulla del lusso imponente de’ grandiosi palazzi romani, da Giuliano visitati durante il precedente soggiorno in Roma.
Il comfort artistico, senza ostentazione di ricchezza. Nulla di monumentale nella scala, che dal vestibolo metteva al primo piano; snella, leggiera, dalla branca dorata, era di modeste proporzioni, le pareti coperte da una tappezzeria oscura, trapunta in oro colle armi dei Marcellin, sormontate dal corno ducale.
Qualche cosa di misterioso nell’atmosfera soffice, tiepida, silenziosa, nella ossequiosità taciturna del domestico premuroso, che lo precedeva come ombra, senza produrre il minimo rumore su per i gradini imbottiti. Anche là, la luce, meno fioca, era mitigata da cristalli colorati; i doppieri, sorretti da personaggi mitologici, copie in bronzo di statue greche, erano spenti... Per contro, l’anticamera, come il vestibolo dai mobili in quercia intarsiati, era splendente di luce. Agli angoli, quattro fauni reggevano ciascuno un candelabro dal quale avvampavano saettanti molteplici fiamme; due grandi specchiere scendevano fino a terra, previdenza gentile per le eleganti visitatici, che, appena scese di carrozza, avessero voluto rassettare l’abbigliamento scomposto; un magnifico arazzo spiccava dalla tappezzeria grigia, qualche oggetto d’arte sulle consoles, un trofeo d’armi per sovrapporta all’ingresso della scala, e, vivente ornamento bizzarro, un magnifico levriere, artisticamente atteggiato, quasi a guardia della porta del salone, immobile, incurante del nuovo venuto, come se la consegna fosse stata di simulare il marmo.
Un secondo domestico si impossessò del soprabito e della canna di Giuliano, mentre il primo lo annunziava sotto voce, quasi avesse temuto risvegliare i mani dormenti di quel villino fatato.
Giuliano, senza avere avuto il tempo di riaversi, si trovò in una vasta sala. Al primo entrare, pel rapido passaggio dalla luce vivissima dell’anticamera nella semi oscurità, non seppe discernere che un paralume roseo, attraverso il quale spandevansi raggi miti, rutilanti, come di una lontana aurora boreale in una notte polare.