Un luccichìo confuso, appannato, di mobili dorati, di specchî, di cristalli; ed in fondo in fondo al salone, non avvertito da prima, un tavolo da giuoco, quattro giocatori intenti alla partita, nella penombra anch’essi, per gli opachi paralumi che projettavano tutta la luce dei doppieri sul tappeto verde del tavolino.

Giuliano ristette; abituandosi alla semi oscurità, riuscì a discernere due donne sedute su d’un divano. Fu l’affare di un istante. Una di esse gli venne incontro, porgendogli la mano.

— Signor conte, devo farle mille scuse se la ricevo nell’intimità. Indisposta, ho dovuto rinunziare al consueto ricevimento, limitandolo agli intimi, fra i quali spero ella vorrà annoverarsi.

Il complimento era gentile. Giuliano balbettò un ringraziamento.

— Signor conte, mia nipote Giulia... disse, ravvedendosi, la marchesa Giulia Fiori. — Giulia! il conte Sicuri, deputato al Parlamento.

La marchesa Giulia, a sua volta, porse la mano e soggiunse:

— La zia temeva che vedendo tutto bujo ella se ne sarebbe ritornata. Abbiamo messo di guardia un domestico per trattenerla.

— Sono riconoscente, signora; ma non vorrei abusare della cortesia; la contessa è sofferente... e forse...

— Che dice? Un po’ di emicrania, ma ormai sto assai meglio... Anzi, Giulia, faresti bene a togliere quel paralume che ci sprofonda nell’oscurità.

Giuliano fe’ atto di prevenire la marchesa; la giovine signora con agilità da monello arrivò prima e la magnifica sala si rischiarò come per incanto.