— Ah, così va bene! disse la curiosa figlia d’Eva, che friggeva d’esaminare la nuova conoscenza, da tre giorni soggetto di tutte le conversazioni della zia. C’era da credersi in una catacomba.
Un istante di silenzio, il tempo di riconoscersi. La giovine marchesa d’un colpo d’occhio rapido passò in rivista il nuovo arrivato, ed al sorriso fuggevole, quasi impercettibile, che le sfiorò le labbra, parve soddisfatta.
Giuliano, colla sua aria timida da monachella, inspirava infatti la simpatia di primo acchito. L’abbigliamento inappuntabile senza pretensione alla gomme, la gentilezza dei modi, lui inconscio, gli accaparravano più della simpatia, la benevolenza, specialmente del bel sesso.
Meglio esaminata, la sua bellezza bionda appariva un po’ scipita, un po’ scialba, troppo femminea per la regolarità e l’espressione de’ lineamenti; la distinzione della persona, alta e snella, correggeva il difetto.
La sua Adele lo amava così, pure anch’essa ne conveniva: «Per un uomo, è troppo signorina,» diceva ridendo. La contessa Ida Marcellin fu meno rapida nel suo esame; uno sguardo scambiato colla nipote parve dire: «Me lo figuravo così.»
In quel mentre dal tavolo dei giocatori, che fin là si eran passate le carte silenziosi come automi, sorse un vero tumulto. La partita era finita, evidentemente perduta da una parte per un grosso sproposito di uno d’essi. Recriminazioni violente e clamorose del compagno perdente che non sapeva rassegnarsi alla sconfitta.
— Una partita vinta! stravinta! perduta poi per le sue distrazioni! Reverendo, se si sbaglia così a dir messa, poveri fedeli! povere anime del purgatorio!
Una risata accolse l’apostrofe, e il reverendo a difendersi:
— La scopa gliel’ha data lei... Del resto, come vincere? Non avevo carte...
La contessa s’interpose, ed approfittando della tregua presentò Giuliano.