Il cavallo svoltava l’angolo di San Giacomo, correndo quasi senza rumore sull’asfalto del breve tratto di strada che fiancheggia l’ospedale, poi giù al trotto serrato per via di Ripetta.
Non sapendo a qual numero fermarsi, il cocchiere rallentava in attesa di ordini. Giunto in piazza del Popolo si fermò per conto proprio.
Il bacio, il lungo e dolcissimo bacio, fu interrotto; i due giovani furono richiamati alla realtà, come svegliati da un sogno.
— Dio mio! Dio mio! mormorò Giulia, rincantucciandosi nel fondo della carrozza.
Giuliano, affacciatosi allo sportello, chiese al cocchiere ciò ch’era avvenuto.
— Il numero del palazzo?...
— Ah, marchesa, il numero.
— Centotrenta, mormorò Giulia.
Ed il cocchiere, svoltato, a rifare la lunga via, per fermarsi poco dopo davanti ad un portone aperto ed ancora illuminato.
La marchesa era aspettata. Scese sorretta da Giuliano, senza pronunziare parola. In compenso, una stretta convulsa di mano, più eloquente d’una dichiarazione d’amore.