— Marchesa, quando ci rivedremo? mormorò sottovoce Giuliano, per non essere udito dallo staffiere che attendeva sulla porta.
— Domani... alle quattro! bisbigliò Giulia.
Raccolto il lungo strascico dell’abito, con gesto pieno di grazia, sparì quasi correndo verso lo scalone.
Al ritorno, Giuliano vide ancora splendenti di luce le sale del caffè Colonna. Fece arrestare, e, sceso, disse al cocchiere:
— Andate pure. Rientrerò a piedi.
Era arso dalla sete. Un turbine di pensieri contrastanti. Rimorsi pungenti... Una soddisfazione fatua per la galante avventura. Adele e Giulia!
— È possibile? Mi pare d’aver sognato. Strana donna! E quel profumo bizzarro, come bizzarra la di lei bellezza... Lo sento ancora, mi fa impazzire. Deve essere legno di sandalo... Anche sulle labbra quel profumo... No, domani non ci andrò. Che donna sarà? Vedova? Maritata?... Marchesa Fiori. Nome da romanzo... Troppo gran dama per essere un’avventuriera. D’altronde, è nipote della contessa Marcellin, altissima nobiltà veneta.
Così almanaccando rimase ultimo nel caffè; i camerieri assonnati, colla massima buona grazia, lo misero alla porta.
Rincasava alle quattro del mattino, sfatto, stanco, livido, la testa in fiamme. Aveva percorso a passi affrettati mezza Roma, come pazzo, fuggente la persecuzione d’un fantasma invisibile.
— Buona Adele! mormorava addormentandosi.