— Bravo giovinotto, il signor conte. Se fosse stato un inglese od un tedesco, mi avrebbe dato cinque lire, un biglietto da dieci al più.
Giuliano pensava:
— Anche questo braccialetto ci si mette. Ero deciso a rompere ogni rapporto colla marchesa... Ora, come fare? Mandare il braccialetto senz’altro, sarebbe sconvenienza... Scriverle? Che so io della sua casa? Potrei comprometterla col marito, se un marito c’è. Il meglio è che lo porti io, oggi alle quattro. Maledetto contrattempo, avrei voluto evitare questa visita. In ogni modo non mi vedrà altro... Raramente... Qualche volta dalla contessa Marcellin... Roma è grande e si ritrovano soltanto coloro che si cercano.
Riesaminò minutamente il giojello... La corona di marchesa sovrapposta al monogramma G. F...
— Giulia Fiori! Anche questo sente il profumo satanico che mi dà al cervello come l’assenzio!
Buttò il braccialetto sulle coltri e balzò per vestirsi, preoccupato, non sapendo ricordare l’affare importante che gli incombeva per quel mattino. Cercava, cercava inutilmente.
Ad un tratto, percotendosi la fronte colla palma della mano:
— Ah, perdio! La seduta reale.
CAPITOLO XIII. La seduta reale.
Dalle otto del mattino Roma, la Roma racchiusa nel circolo che ha per centro, al palazzo Bonaparte, l’angolo del Corso e via del Plebiscito, su cui prospetta l’antica fortezza di San Marco, altra terra irredenta; per raggi, via Vittorio Emanuele, via Nazionale ed il Corso, presentava animazione insolita.