Dall’alba gli stradini municipali avevano sparsa la inevitabile arena gialla, dal palazzo del Quirinale, lungo la via omonima, la discesa di Magnanapoli, il Corso, piazza Colonna, fino davanti l’ingresso di Montecitorio.

La sabbia gialla è una particolarità tutta romana, tradizione che si perde nell’epoca preistorica dei re.

Il lastrico di Roma è sdrucciolevole; la storia della Città Eterna infatti ci narra di cadute innumerevoli, almeno altrettante dei trionfi.

Provvida precauzione, la sabbia gialla, impedisce, se non le cadute delle amministrazioni capitoline e dei governi, gli stramazzoni dei cavalli.

L’arena gialla ha finito per essere emblema di festa. Nei tempi andati si soleva spargere per le corse dei barberi, come per le solenni apparizioni dei pontefici; ora, abolite le prime e rinchiusisi in Vaticano i secondi, l’arena si profonde per le solennità politiche, per le riviste militari, per gli ingressi ufficiali di principi, di re, di imperatori, per il corso delle maschere, quelle del carnevale, per il getto de’ mazzettacci, ai quali soltanto, ormai, il carnevale del popolo è ridotto; per le periodiche messe funebri del Pantheon, per la solennità inaugurale di ogni sessione parlamentare, per i funerali ufficiali votati a spese dello Stato, del Comune o della Provincia, ad alti personaggi. I buoni quiriti, alla visti dello strato giallognolo d’arena, si schierano spontaneamente lungo i marciapiedi delle strade insabbiate, come se ubbidissero ad una parola d’ordine, aspettando rassegnati per lunghe ore la rappresentazione dello spettacolo gratuito, qualunque sia per essere, funerale o trionfo imperiale, non monta.

In quella mattina la ragione dell’insabbiamento era nota, e gli spettatori attendendo il passaggio delle berline reali, pazientavano nell’ammirazione delle cravatte bianche e dei cappelli a tuba degli invitati, i cui guanti spiccavano come macchie di calce sul panno oscuro dei soprabiti, sotto i quali nascondevansi le giubbe di rigore. Mormorii e risate gioviali, per i motti arguti dei popolani allo sfilare delle anacroniche uniformi, spesso ridicole, per la goffaggine di chi le portava, dei diplomatici e dell’alta burocrazia, le cui carrozze passavano alla spicciolata, precedendo il corteo reale, anzi i corteggi reali. Perchè sono due distinti; quello della regina e quello del re.

Per tale solennità, fino dal primo mattino le truppe sono schierate su d’una fila sola lungo i marciapiedi del percorso reale, facendo siepe alla folla curiosa che si addensa sempre più. La tramontana soffia tagliente, ma il buon popolo di Roma non ci abbada. Quante patriottiche bronchiti domani; chi ci pensa? La curiosità, che perdè la madre del genere umano, è la dote culminante dei quiriti, in fatto di circenses di qualunque genere, punto degeneri dagli avi.

Alla girandola, fuoco d’artificio per il Natale di Roma un tempo, poi per la festa dello Statuto, ed ora come lo Statuto abolito, in causa dei botti che simulano le bombe anarchiche; per la girandola tutta Roma accorreva entusiasta, una frenesia pirotecnica da manicomio; così per le defunte corse dei barberi.

Piazza del Quirinale è gremita; là l’uscita trionfale dei sovrani ed il loro trionfale ritorno; là le batterie d’artiglieria; là lo squadrone dei corazzieri, luccicanti ai raggi del sole come gli arcangeli celesti agli splendori abbaglianti delle sfere empiree.

In piazza del Quirinale gli applausi entusiastici, e sopratutto spontanei, periodicamente registrati dai giornali ben pensanti, telegrafati all’orbe intiero dalla Stefani.