— Bene, ti dico! I saluti più affettuosi e la preghiera fervente di recarti presto a Miralto per condurli teco. La tua signora, sola in quel villaggio maldicente, dopo tutto ciò che è avvenuto, non vi si può più vedere. Il tuo piccolo Gustavo, un amore davvero... Ti ha scritto una lettera. Eccola. La sua matrina gli ha guidato la manina.
— Stella?
— Sì, anch’essa ti saluta. Questa è la lettera della contessa.
Eran giunti alla porticina riservata. In quel mentre tuonò il cannone da Castel Sant’Angelo.
— La regina esce ora dal Quirinale. Affrettati! Ti aspetterò al caffè Colonna. Questa cerimonia mi dà sui nervi... Una mascherata in quaresima.
Decisamente, dall’avventura della sera innanzi, l’onorevole Sicuri era mutato. Non fu con gioja che rivide l’amico, come senza emozione ricevette le due lettere che l’amico recava. Mentre Ettore gli parlava, egli colla mano inguantata accarezzava il braccialetto in una tasca del soprabito.
La campana di Montecitorio squillava alla distesa. Destino dei bronzi! La longevità cui sono condannati li costringe a tali e tante metamorfosi, che neppure gli uomini politici, nelle loro evoluzioni, sanno superare. Per altro, se gli uomini politici potessero vivere quanto una campana, ne vedremmo di belle!
Le statue delle divinità pagane, mutate in santi, come effigie di santi venerate, colla sola aggiunta di un’aureola stellata... La campana di Montecitorio, disposta dal Bernini sopra l’orologio dell’enorme e punto estetica cimasa della bellissima facciata, non chiama più alla preghiera i pii monaci dello stabilimento di beneficenza per i miseri, prima destinazione del palazzo. Ammutolita dal 1870, la campana non saluta più il mattutino, l’angelus, l’avemaria, non avverte il coprifuoco.
Silenziosa per mesi e mesi, si sveglia a rari intervalli. Una volta, due, ogni tre anni, squilla col timbro antico per salutare i reali di Savoja, inaugurando le nuove legislature, le nuove sessioni.
La campana non suona che quando parla la Corona.