Riguardò meglio.... Il binocolo si distaccò, una mano accennò un saluto, mentre la vezzosa testa araba della marchesa, scotendosi sorridente dall’alto in basso, pareva volesse dire:

— Finalmente mi riconoscete!

Appena terminata la lettura del discorso reale, senza pur attendere che la corte movesse, Giuliano si precipitò alla ricerca del proprio cappello e del soprabito, coll’intenzione di raggiungere la marchesa. Mentre egli saliva le scale della tribuna B, gli invitati la discendevano fra una confusione indescrivibile. Ascendere contro corrente, impossibile! pensò di aspettare all’uscita nella strada. Attese lungamente, invano: Montecitorio si era vuotato. Gli uscieri chiudevano gli aditi, ed egli era ancor là, immobile, in agguato, fra i poliziotti in borghese, che assiepano sempre le vie della Missione e dell’Impresa, di guardia al palazzo.

Taceva la campana, il cannone era ammutolito, la folla si era diradata; rientravano le truppe nelle caserme dopo sei ore di immobilità. La festa era finita, appena ricordata dalle bandiere esposte alle finestre e dalla pozzolana gialla della strada. Gli strilloni offrivano il discorso a due soldi, e Giuliano, indispettito per la delusione, ricordò finalmente di non aver fatto colazione, si sovvenne che Ruggeri lo attendeva al caffè Colonna.

— La rivedrò alle quattro, pensò, dando una crollatina di spalle, come per liberarsi dal dispetto.

Un incidente di nessuna importanza lo fece sorridere e lo rimise quasi di buon umore. Passava una popolana con un bimbo per mano.

— E cosa ha detto il re? chiedeva il bimbo alla mamma.

— Che i bambini disubbidienti li manderà a prendere dai carabinieri.

— Quanta verità! pensò Giuliano avviandosi verso il caffè.

Sulle due piazze Montecitorio e Colonna, pochi capannelli; sulla gradinata della Camera, qualche signora in attesa della carrozza in ritardo.