Riscaldandosi, il sottoprefetto con un gran sospiro continuò:

— Ero alla vigilia di essere nominato prefetto; venne il 18 marzo 1876, e dalla Sinistra fui sbalestrato in Sardegna, poi in Sicilia; nomade per dieci anni come uno zingaro, sottoprefetto a vita, pure servo con eguale amore la Sinistra che mi ha rovinato... È vero, soggiunse con un sorriso maligno, che rovina anche l’Italia!

Il commendatore, avvedendosi di aver detto troppo e di aver dimenticata nella foga delle recriminazioni la sua missione, si arrestò osservando con trepidazione l’interlocutore, che a sua volta appariva turbato alle indiscrezioni del poco diplomatico ambasciatore.

Giuliano stava per parlare, quando il commendatore, sorgendo di scatto da sedere, si svolse in tutta la sua lunghezza ed in atto di congedarsi soggiunse:

— Signor conte, non sono tanto indiscreto da pretendere una risposta immediata. Rifletta; abbiamo tempo sino a domani. Venni io stesso da lei, ma è bene non mi vedano. Gli avversarî potrebbero indovinare lo scopo delle mie visite... La aspetterò al mio ufficio fino alle cinque pomeridiane... Ma, non più tardi di domani...

E senza lasciar tempo a Giuliano di aggiungere parola, si accommiatò, accompagnato fin sullo scalone dall’ospite, che non seppe formulare un rifiuto immediato o reciso, come avrebbe voluto.

— Avrò modo domani! pensò.

Per conto suo il commendatore Cerasi se n’andò punto contento di sè.

— Lo affrontai troppo brutalmente prima, ho chiacchierato troppo dopo. Se avessi insistito per una risposta immediata, sarebbe stata negativa. La notte porta consiglio e domani si arrenderà a discrezione. Lo conosco il conte, l’incertezza in persona... Ha gli occhi azzurri come le bambole di Parigi; tutti così gli uomini dagli occhî cerulei.

«Se rifiuta, è un disastro. Ove trovare altro candidato che possa avere la minima probabilità di riuscita?