Ad ogni voto, Giuliano rinnovava i propositi; ad ogni votazione successiva veniva meno. Un’altra catena gli pesava; una catena di rose, direbbe il poeta; di rose! ma le spine pungenti gli laceravano la coscienza.

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Durante il mese di vacanza parlamentare, ritornato alla famiglia, si era ritemprato nei dolci affetti della sposa e del suo bimbo. Dalla serenità felice della esistenza casalinga ripensava con terrore al ritorno a Roma, ove Giulia l’attendeva impaziente, sollecitandolo in ogni modo alla partenza. Da Miralto, Giulia gli era odiosa, ed egli malediva le ebbrezze colpevoli di un amore che lo costringeva a mentire ad ogni ora, ad ogni minuto, colla sua Adele adorata. Malediva alla necessità dei mille sotterfugi per nasconderle la corrispondenza della marchesa. Corrispondenza quotidiana; volumi, poemi nei quali tutta l’anima ardente di Giulia era trasfusa fra i baci e i sospiri, fra le espansioni del desiderio delirante, progetti insensati di fuga e gelosie feroci.

Quelle lettere maledette, impregnate dell’inebbriante profumo, infiammavano anche Giuliano, che alla fragranza sottile, voluttuosa, avvampava, come la notte del primo incontro con Giulia, al contatto delle di lei tumide labbra, olezzanti. Sentiva di odiarla; pure i sensi prevalevano sull’affetto immenso nudrito per Adele, che non sapeva, non sentiva i delirî brutali della passione, calma nell’amore infinito per il suo Giuliano, casta, direi, anche negli amplessi legalizzati dal sindaco, santificati dal parroco.

Giuliano, non nato alla lotta, tentava sottrarsi all’influenza di Giulia; dilaniato da rimorsi, aveva giurato in cuor suo di non rivedere mai più la marchesa, sentendosi troppo debole per sottrarsi al fascino di quella bellissima e strana donna, odiata e tanto desiderata ad un tempo.

Un giorno Giuliano ritrovò il coraggio di scriverle per invocare dalla di lei generosità la forza di mantenere i vacillanti propositi.

«Per carità, Giulia — le aveva scritto — fa ch’io possa ricuperare la pace dell’anima, turbata da rimorsi strazianti... Qui, in presenza del mio bimbo, circondato dall’affetto di quella santa, che fu l’amore di tutta la mia giovinezza, che deve essermi compagna in tutta la vita, sento intiera l’enormità della mia condotta. L’inganno mi pesa. Ciò che mi resta di lealtà si ribella alla menzogna quotidiana con questa affettuosa, fidente creatura, del cui amore, della cui fede ormai mi sento indegno.

«Ti scongiuro, Giulia, dammi tu la forza di lottare, di vincere la funesta passione che mi hai inspirata, nella quale tu stessa non puoi trovare la felicità, perchè non si può essere felici delle lacrime degli innocenti; non vi è, non vi può essere felicità nel rimorso.

«Giulia, tu stessa, sventurata ne’ tuoi affetti domestici, puoi essere giudice della jattura che colpirebbe la mia famiglia il giorno nel quale la nostra relazione venisse scoperta, e lo sarebbe certamente, o tosto o tardi.

«Tu, riacquistata la libertà, per l’abbandono di un marito di te indegno, puoi amare senza rimorsi... Ma io!... Io!... Giulia, perdonami! Giulia, ti invoco in nome del mio bimbo innocente, che si trastulla a’ miei piedi, mentre ti scrivo questa lettera che sarebbe bagnata di lacrime, se nelle ansie cocenti dalle quali sono torturato, potessi avere il sollievo di piangere...