«Addio, Giulia... Il tuo perdono, non avendo il coraggio di invocare il tuo oblio.

«Giuliano.»

La giovane marchesa ricevette quella lettera un mattino al suo svegliarsi, recata dalla cameriera colla consueta tazza di caffè.

— Francesca, deponi il vassojo ed apri le imposte, ch’io possa leggere.

Messasi a sedere sul letto, impaziente lacerò la busta; un sorriso di gioja le illuminava il volto quasi infantile.

I raggi del sole, irruenti nell’elegante gineceo di Giulia, le offesero le pupille brune, che per un istante dovettero ripararsi sotto le palpebre dalle lunghe ciglia, folte e nere come quelle di una circassa: una smorfia graziosa ed un grido di protesta...

— Francesca, vuoi acciecarmi... Apri a modo! sclamò la marchesa, facendo riparo colla mano sinistra agli occhi che tentava riaprire, mentre colla destra, dal braccio nudo fino alla spalla, ravviava la nera capigliatura fluente, che, scioltasi nel sonno, inondava i guanciali, le faceva velo al viso pallido, dalla pelle vellutata, leggermente ambrata e come l’ambra trasparente, dalle vene azzurrine appena adombrate.

Bella di quella bellezza orientale come doveva aver imaginata la sua andalusa Alfredo De Musset. L’arco delle nere sopracciglia, forse troppo accentuato, dava un non so che di durezza alla gentile fisionomia, contrasto al sorriso affascinante di una bocca sensuale, che mostrava volentieri due file di denti, felini nella purezza del loro candore. Il piccolo naso profilato, tendente all’aquilino, dalle narici aperte e mobili a tutte le forti emozioni, i grandi occhî nero-azzurri, tagliati a mandorla, ricordavano quelli delle mademoiselles Chrysanthème, delle tappezzerie e delle lacche giapponesi, rivelavano una fibra dalle violenti passioni, che, in quella personcina snella, flessibile, ed al tempo stesso carnosa, l’eleganza personificata nella miscela felice di quelle doti, nessun osservatore superficiale avrebbe potuto sospettare. Non era alta e neppure piccina; sembrava più alta che non fosse per la perfezione delle proporzioni, la vita sottile da bimba, il seno turgido, le spalle alquanto pioventi, scultorie, le braccia grassoccie dalle fossette ai gomiti arrotondati, come alle guancie nel sorriso, come agli arti delle piccole mani. Mani e piedi mostruosi, veramente giapponesi nelle loro minuscole proporzioni.

Con tutto ciò non ho descritto nulla, e nessuno de’ miei lettori, che non abbia conosciuta personalmente la marchesa Giulia ed ammirata da vicino, può farsene un concetto.

Una bellezza bizzarra, talmente mutabile da non riconoscersi qualche volta, non solo a giorni di distanza, ma nella stessa giornata. Nella calma era quale l’ho descritta; ad ogni impressione vivace la volubilità della fisionomia la trasformava completamente.