Nipote della contessa Marcellin... Era poi realmente nipote? Fatto è che, orfana, a Roma, presso la zia non venne che all’età di diciotto anni, dopo la morte del senatore. Il pretesto era plausibile: consolare la vedovanza della zia.

Giulia, oltre l’avvenenza, le doti simpatiche dello spirito, la gentilezza dell’animo, possedeva l’invidiabile privilegio della ricchezza; erede universale di un parente... lontano, diceva la zia. Però partito agognato da tutti i cacciatori di dote dell’high-life cosmopolita, frequentatrice del salone Marcellin.

La giovinetta scelse, fra i numerosi aspiranti, il marchese Fiori, e scelse male. Di antica nobiltà, la famiglia Fiori per vicende politiche emigrava in Francia fin dal principio del secolo; quindi il marchese era cittadino della repubblica e il matrimonio fu celebrato sotto la legge francese.

Fortunata circostanza che, dopo l’abbandono del marito, dava a Giulia diritto al divorzio, da essa per altro non invocato, forse per non spogliarsi del titolo di marchesa e riprendere il nome di fanciulla, dallo stato civile molto complicato. D’altronde, ormai rassegnata alla vedovanza, che da principio le aveva fatto spargere molte lacrime, non sentiva velleità di uscirne; tanto più che i disordini rovinosi del marito avevano schierato a di lei favore la pubblica opinione. Vittima compianta e glorificata.

Certo è che, ad onta della libertà dei modi, di alcune eccentricità veramente singolari e d’una certa stranezza nell’abbigliamento, la maldicenza non aveva ragione di mordere contro di essa, enfant gâté indisciplinato, ma esemplare nella condotta morale.

Riceveva pochi amici, e le giornate le passava dalla zia, che nell’intimità chiamava mamma, affettuoso epiteto, al quale nessuno trovava a ridire.

Il lettore chiederà come mai tale fiore di virtù siasi tanto facilmente lasciato cogliere da Giuliano, senza contrasto, senza pure la parvenza di un assedio regolare, senza pretendere all’onore delle armi.

Misteri del cuore delle figlie d’Eva! Forse il quarto d’ora. Il quarto d’ora fatale, nel quale la derelitta sentì prepotente il bisogno d’amare e di essere amata, intollerabile l’isolamento in una società frivola, nauseanti le galanterie di una turba di adoratori, simili tutti fra di loro, dagli eguali luoghi comuni esotici, dalle stesse smancerie affettate, dal medesimo linguaggio, dall’eguale abbigliamento... ridicolo. Forse il quarto d’ora soltanto, il quarto d’ora nel quale la Vergine dello Stecchetti scende inconscia all’altare di Adonai ad incontrare l’angelo dell’Annunciazione.

In casa della zia si era tanto parlato del giovine protetto del commendatore Cerasi! Da prima la curiosità.... poi... poi chi può dire che cosa siasi agitato nella testina capricciosa di Giulia, nel di lei cuore ancora sanguinante per la chiassosa sventura domestica che l’aveva colpita?

Probabilmente, senza il malaugurato ritardo della carrozza, Giuliano e la marchesa avrebbero continuato nel loro cammino, buoni amici, per la simpatia reciprocamente inspirata al primo incontro, senza che la loro amicizia venisse turbata dalla passione funesta, come la qualificò Giuliano nella sua lettera.