La farmacia può dirsi in permanenza; funziona dal mattino alle undici fino a mezzanotte, ora nella quale la politica parlamentare si riversa al caffè Aragno, ove i giornalisti corrispondenti aspettano in agguato i deputati per avere l’ultima notizia, compensata col fervorino, colla noticina speciale, redatta per edificare i lontani elettori sulle eminenti qualità del loro eletto.
La farmacia propriamente detta è un salotto che sta fra le due grandi sale di lettura e scrittura, a pian terreno, prospicienti sulla piazza di Montecitorio.
La chiamano farmacia, non già perchè nei tempi andati, quando Montecitorio era un ospizio di carità, vi si distribuivano i farmachi ai poveri... La tradizione ne è spenta; bensì per la ragione che, come nelle farmacie di villaggio, le notabilità vi si raccolgono a crogiolare la politica ed il pettegolezzo, lo scandalo della giornata.
Nell’aula di Montecitorio vi è sempre un ordine del giorno, la grossa legge, la importante interpellanza, la urgente questione, così nella farmacia. Colla differenza che l’ordine del giorno non è a stampa, e le norme regolamentari non sono osservate nella discussione. Vi è un presidente virtuale, il quale, cresimato alla vicina fiaschetteria del Parlamento, intona, ma non dirige le discussioni.
Libertà di parola; nei momenti gravi parecchî oratori possono parlare contemporaneamente e, non essendovi votazioni, possono anche non essere ascoltati.
In quel giorno vi si sussurrava di una grossa calunnia... Si narrava di un deputato che avrebbe avuto rapporti coi briganti, agenti elettorali influentissimi nel di lui collegio, e di un probabile processo. Di un altro onorevole si annunziavano le dimissioni imminenti per bancarotta fraudolenta; e per associazione di idee e di malfattori si parlava di un altro, da tempo dimissionario, autore di cambiali false, il tutto condito da epigrammi e da motti. Si rivangava l’antico crack sardo, mormorando che non tutti i colpevoli eran stati condannati dalle Assise di Genova, eminente notabilità parlamentare il più compromesso.
L’enorme principe di Sant’Alessio si scagliava invece contro il Senato, a difesa del Governo, per l’invalidazione di alcune nomine di senatori, scandalosa rivolta contro i diritti della Corona. Gli si replicava che uno dei rejetti era stato nientemeno che un agente borbonico torturatore di patrioti; l’altro, lo si affermava a bassa voce, direttore di un grande istituto di emissione; avrebbe fabbricato moneta per proprio conto, emettendo molti milioni di carta falsa.
Altri asseriva che le nomine senatoriali erano state messe a prezzo dal Governo, per sopperire alle ingenti spese elettorali.
Qualche deputato novellino meravigliava incredulo; gli anziani ne ridevano; altri, i ministeriali, negavano risolutamente, gridando alla calunnia.
Tra questi, due ex preti, che la infedeltà al dio del seminario compensavano, parlamentari influenti, colla loro fedeltà ad ogni ministero, dal giorno della nascita a quello della caduta.