Lastri ebbe ragione; alla sera il bel Giuliano brillò per l’assenza, e i due amici lo aspettarono inutilmente.

CAPITOLO XVI. Delusioni. — Tristezze.

Nelle informazioni di Ruggeri e dell’onorevole Lastri non vi era fatalmente nulla di esagerato. Il colpo tentato in borsa da Ferretti era fallito alla prima prova.

Incoraggiato all’ottimismo dalle assicurazioni dei ministri, dal progetto di legge di una proroga sessennale del privilegio alle banche di emissione, coi criterî di rispetto della pluralità bancaria; dalle coalizioni di potenti sindacati al rialzo, italiani e stranieri, il cinico Ferretti, pur non credendo alla saldezza delle nostre società anonime e de’ più importanti istituti di credito, pur conoscendo le magagne di tutti gli stabilimenti minori, satelliti dei grandi astri offuscati, dei valori locali e della stessa rendita, scossa dagli incolmabili disavanzi; pur non prestando fede al pareggio, promesso nei bilanci dello Stato, pareggio ch’egli strombazzava nel suo giornale, credette ad una momentanea galvanizzazione del nostro credito, assassinato dal mal governo, e, l’avoltojo, si era imbrancato nuovamente cogli ingenui, deciso a rovesciare, a tempo opportuno, le proprie operazioni, lasciando i merli nelle panie.

Operò al rialzo, accusando nel proprio giornale di alto tradimento deputati e giornalisti, che alle menzogne ufficiali contrapponevano onestamente la verità; indiscutibile verità delle cifre, l’evidenza di fatti inoppugnabili.

Ferretti, quanto più sentiva di mentire, tanto più gridava, aumentando di violenza. A forza d’urlare si stordiva, e finì per credere di essere nel vero. Fatto nuovo e tanto inverosimile, che avrebbe dovuto convincerlo del contrario.

Fallita la prima prova in due disastrose liquidazioni, si accingeva alla rivincita, rinfrancando la vittima colle promesse, cullandola nelle illusioni più rosee. Una pioggia d’oro e di biglietti da mille senz’altri rischi. E le previsioni erano corroborate da tanta sapienza finanziaria, da tale conoscenza dei mercati e dei valori, che il povero Giuliano non osava opporre objezioni, le obiezioni meditate nella febbre dell’insonnia, fra i rimorsi e lo spavento della propria e della rovina de’ suoi.

All’apparire del giorno, col sonno riparatore, sfumavano i propositi eroici, avvinto a Ferretti come il galeotto al compagno di catena; affascinato dalla marchesa Giulia, la sirena incantatrice, ormai a lui necessaria quanto la luce e l’aria per vivere.

Giulia lo sentiva infelice e, ritenendosi unica causa delle profonde tristezze, de’ turbamenti subitanei, delle ansie mal simulate, raddoppiava d’amore per consolarlo delle gioje domestiche perdute, per costringerlo, nelle deliranti felicità della passione, all’oblìo della rivale lontana.

Anch’essa, Giulia, quando l’amante non era là, dinanzi a’ suoi occhî, fra le sue braccia, era infelice.