Se morisse! Nelle gioje e nei tormenti del suo amore, il pensiero colpevole, iniquo... Speranza nei terrori che le inspirava l’avvenire.

La contessa Adele, insciente del dramma che andava fatalmente svolgendosi, attendeva fidente il ritorno del marito, le cui visite, per quanto brevi, non si erano diradate, attendeva con ansia giuliva, contando i giorni, l’epoca delle vacanze parlamentari, ormai vicine. Non si sarebbero separati mai più. L’aveva promesso! L’anno prossimo l’avrebbe seguito a Roma.

E Giuliano, lo vedeva l’abisso?

Lo sentiva, non lo vedeva, perchè sull’orlo del precipizio, colpito da vertigine, chiudeva gli occhi per non vederlo...

Chiudeva gli occhi, senza poter arretrarsi, illudendosi nelle lusinghe di Ferretti, quantunque, ormai, fallita la fede anche in quell’uomo.

Ruggeri e Lastri gli porgevano la corda di salvezza; un carattere risoluto vi si sarebbe aggrappato; Giuliano la respingeva, incapace di risoluzioni decisive. D’altronde sarebbe stata la rinunzia ad ogni speranza di rivincita, la confessione ad Adele delle proprie follìe, la necessità di lasciare Roma, di rientrare nella vita privata, la rinunzia alla deputazione, l’abbandono di Giulia, pensiero intollerabile, mentre un colpo solo di fortuna avrebbe potuto rimediare a tutto.

Non mentori, non consigli; alla sorte la decisione!

E poi?

Non vi pensava! Non voleva pensarci e perciò tentava stordirsi fra l’amore di Giulia e le emozioni del gioco, nell’esistenza vuota, ma affaccendata dello sportsman, cercando distrazioni nelle frivolezze, le meschinerie convenzionali di quella società che, tanto impropriamente, chiamasi il gran mondo.

Ad onta di ciò, il terribile punto interrogante gli si disegnava inesorabilmente alla mente, perseguitandolo, fin fra le braccia innamorate della marchesa.