E poi?

Il suicidio? Facile scappatoja per chi non lascia affetti dietro di sè, non ha doveri da compiere, il nome di un figlio da far rispettare.

Orribile prospettiva per Giuliano, il quale, pur non sapendosi sottrarre ai fascini della nuova esistenza, adorava la famiglia, sentiva la grande responsabilità che gli incombeva.

E poi?

Quando quel fatidico punto lo importunava nel sonno, balzava forsennato, si rivestiva per recarsi al club, o per bussare alla porticina della bisca, nella speranza di trovarvi attardati giuocatori, coi quali, pur precipitando la propria rovina, dissipare, nelle assorbenti distrazioni del gioco, l’incubo intollerabile.

La sera nella quale Ruggeri e il deputato Lastri avevano inutilmente aspettato Giuliano alla Camera, egli era uscito a tarda ora dall’appartamento della marchesa. Sua prima intenzione quella di rincasare immediatamente; quando fu al portone si pentì, ebbe paura delle insonnie tormentose e diede ordine al cocchiere di retrocedere, di condurlo al club.

Le sale erano deserte, il giuoco languiva; però quel soccorso inaspettato fu accolto dai giuocatori con un urrah!

— Come mai tante diserzioni? chiese Giuliano.

— Il thè della baronessa Stigler... Arriveranno fra poco. Sei il benvenuto, Sicuri; ci si cullava in un giuoco innocente di famiglia, avremmo finito per addormentarci. Un chemin de fer a scartamento ridotto.

— Un tram! disse un altro.