I giocatori erano lividi, il sudore rigava i loro volti contraffatti. Giuliano, come sonnambulo, non rendevasi conto di ciò ch’era avvenuto... Gettoni a mucchî, biglietti di banca a fasci davanti a lui, che nel rifare i conti su parola non connetteva le cifre, tanto che dovette ricorrere all’abilità aritmetica di una fra le sue vittime.
Contato il danaro, liquidati i gettoni, tirate le somme, la vincita di Giuliano saliva a duecentosettanta mila lire.
— Signori, disse Giuliano, rifacciamo le carte... È giusto ch’io dia la rivincita.
Un giovinotto, con sollecitudine ansiosa, disponevasi a rimettere in assetto gli otto mazzi di carte gettati alla rinfusa nel paniere. Altri intervennero:
— E, come la rivincita? A st’ora!... Andremmo nelle cifre fantastiche. Bisognerebbe incominciare da puntate di cinquantine di mille lire...
Il giovane ristette a guardare Giuliano con occhî sbarrati. Gli si leggeva nello sguardo la disperazione. Finchè aveva potuto sperare nella rivincita, gli era riuscito sorridere; ma, troncata la partita, non reggeva al pensiero di non poter soddisfare il suo debito... debito d’onore!
Giuliano vide e comprese. Tutti si erano alzati; egli si avvicinò al giovane e, fingendo intrattenerlo d’altro, gli mormorò all’orecchio:
— La rivincita che non posso darle stasera, la rimandiamo a domani. Non si preoccupi della differenza; i conti a partita finita.
Il giovane gli strinse la mano, senza rispondere, troppo commosso per poter esprimere la propria gratitudine.
Giuliano si sentiva umiliato da quella vena insolente, avrebbe voluto rigiocare, gli pareva d’essere sospettato. Da poco era stato ammesso a quel circolo, poche volte vi aveva giocato e la sorte gli era stata sempre favorevole.