Il giornale l’Ordine traeva occasione dal tragico fatto per un articolo violento, di tutto pugno del Ferretti, contro le autorità non abbastanza vigilanti:
«Roma, scriveva l’onesto giornalista, è infestata di bische; dai clubs signorili, nei quali i figli di famiglia lasciano il loro patrimonio, qualche volta l’onore, o, come in questo caso pietoso, la vita, ai tripots di bassa lega, ove impunemente si spogliano i mal capitati, come, nei suoi bei tempi, il Tiburzi nella macchia del Lamone.
«Per ora ci limitiamo a questo cenno, decisi a designare noi stessi, se non vi si porrà riparo, le sentine, che la polizia non sa, o non vuole scoprire.»
L’onesto Jago tirava l’acqua al proprio mulino, obbligando la questura a sopprimere la concorrenza disastrosa delle bische altrui, sicuro della inviolabilità della propria.
Per due giorni i fogli cittadini riboccarono di commenti alla straziante tragedia, che piombava nel lutto la famiglia del dottor Inversi.
Il nome del deputato Sicuri non era stato stampato; per altro lo si susurrava nei caffè, e lo si pronunziava ad alta voce nella farmacia della Camera.
Giuliano era costernato; il padre infelice gli aveva mandato la somma dovuta dal suicida, ultima volontà, espressa con sentimenti di simpatia e di gratitudine verso il conte Sicuri nella lettera di addio.
Giuliano la rimandò, pregando il medico Inversi di erogarla per i suoi malati indigenti.
Solo il padre infelice rendeva giustizia al deputato Sicuri, contro cui scagliavasi la pubblica opinione.
Roma è divoratrice di scandali; dopo pochi giorni, scandali nuovi assopivano l’antico; non così in provincia, ove il nome del deputato giocatore era stato stampato senza reticenze, trasmesso in tutte lettere dal telegrafo indiscreto.