— Come ci va lei! Ella è proprio del secolo del vapore e del telegrafo... Mi stipula i contratti, senza neppure l’assenso dei contraenti... In affari si deve camminare a piedi di piombo.

— Per carità, signor dottore... Non facciamo teorie... Quale documento più valido delle cambiali del conte? Abbiamo noi bisogno di altri atti notarili?

— Non dico di no... Ma...

— Lasciamo i ma. Ella avrà la compiacenza di darmi quei quattro stracci di titoli miei... Le rilascierò ricevuta in piena regola...

«Mi recherò a Milano stasera, domattina al più tardi sarò di ritorno colla somma, ch’ella completerà. Domani stesso ripartirò per Roma, non senza aver ottenuto l’assenso della contessa... Dopo domani ritirerò le cambiali ed avremo salvato un galantuomo senza perdere un centesimo, senz’altri fastidî e noje...

— Farò com’ella vuole, replicò il notajo, mal rassegnato sospirando profondamente... Le dico in verità però che non mi è mai capitato di trattare affari in tal modo.

Ed a ritroso, di malumore, si alzò dirigendosi alla cassa forte. Un gigantesco mobile medioevale in ferro, tutto catenacci e bulloni, che con gran fracasso di chiavistelli si spalancò cigolando, quasi a protesta, ancor più di mala voglia che non l’aprisse il notajo, il quale dal grosso mazzo di chiavi sceltane una piccina aperse un cassetto interno, ferrato anch’esso come un lanzichenecco. Ne estrasse un grosso pacco tutto coperto di suggelli, colla scritta: «Titoli di proprietà dell’onorevole Ettore Ruggeri.»

Consegnò il plico ad Ettore, dicendogli:

— La nota dei titoli è in doppio, una la conserverò io, l’altra è acclusa coi valori.

— Sta bene... le rilascio ricevuta dell’intiera somma...