— Oh, signor Ruggeri, sclamò l’Antonio, ha fatto bene a venire... Quale disgrazia... È morta stamattina la nostra signora... Passi, la signorina colla contessa sono di là, soggiunse additando; di là a vegliare...
Scotendo il capo in atto di sconforto, si rimise a pregare.
Ettore procedette attraverso l’appartamento; la porta della camera funebre era aperta, chiuse le imposte delle finestre, i ceri ardenti la lasciavano nella penombra.
Ettore, al fioco chiarore dei ceri non distinse che l’eburneo pallore del volto della defunta. Era stesa sul letto coperto di fiori, composta a pace serena, sonno profondo senza sogni.
Ristette dinanzi la solennità paurosa della morte. Abituandosi alla semi oscurità, scorse due suore, bisbiglianti preghiere, ai lati del capezzale; più lontano, adagiata su di una poltrona, la contessa Adele piangente sulla testa bruna di Stella, che singhiozzava inginocchiata a suoi piedi.
— Benvenuto, Ruggeri, mormorò la contessa, scorgendo Ettore ritto sul limitare... È Dio che l’ha mandato!
Al nome di Ruggeri, Stella sorse in piedi e correndo ad incontrarlo, non curando i testimonî:
— Sapevo che saresti venuto, il cuore me lo diceva. Ti aspettavo! Ho promesso alla povera mamma, per non turbare i suoi ultimi istanti... Non sarò tua! Ma, lo giuro nuovamente, qui davanti a lei, che con Dio mi ascolta: non sarò d’altri. Fidanzati nella morte, ci incontreremo nuovamente e la Provvidenza non ci negherà la felicità che ci è vietata su questa terra.
Rompendo in singhiozzi, si gettò fra le braccia di Ettore atterrito.
Le veglie, le emozioni strazianti dell’agonia materna, lo schianto inenarrabile, infinito, per la perdita della madre adorata, la promessa giurata nell’angoscia, il terrore dell’avvenire nella solitudine, avevano affranta la fibra della fanciulla, che alla nuova emozione non resse più. Le braccia, che convulsamente avevano allacciato il collo dell’amico, si allentarono. Stella si ripiegò su sè stessa; sarebbe stramazzata al suolo se Ettore ed Adele non l’avessero sorretta.