— Stella, ci rivedremo fra poco.

Adele baciò con affetto materno l’amica e seguì Ruggeri.

Anch’essa, Adele, era trasformata; la sua bellezza calma e serena aveva attinto nel dolore una nuova espressione di energia, lo sguardo soavemente dolce brillava come illuminato dalla febbre, più bella nello sdegno maturato nei disinganni e nelle rivolte dell’abbandono.

Nella tristezza solenne e profonda di quella casa visitata dalla morte, Adele aveva accolto il fido amico come angelo confortatore; ma nella riflessione divinò che non il caso lo avea mandato in quell’ora di sventura, qualche nuova follìa del marito, dal cuore in rivolta, ripudiato per l’offeso amore, per la fede tradita, per il nome onorato compromesso.

Adele precedette Ettore in un salotto attiguo alla camera ardente, e fattogli segno di sedersi, gli disse:

— Signor Ruggeri, è Giuliano che lo manda?

— No, signora... Venni io spontaneamente. Giuliano da molti giorni non l’ho riveduto. Però venni per lui...

— Ancora nuove dilapidazioni?

— No... La conseguenza delle antiche.

Ed Ettore le narrò brevemente della bufera parlamentare che stava per scatenarsi. Delle ultime cambiali di Giuliano, del pericolo di uno scandalo irreparabile, del disonore che l’avrebbe colpito. Narrò le sue intelligenze col notajo Invernizzi, la gita a Milano, soggiungendo che sarebbe ripartito la sera in tempo per ritirare le cambiali prima che l’inchiesta fosse decretata dalla Camera.