— Quale necessità, pensava, di telegrafare proprio a lui! L’avrei egualmente riveduto alla Camera, ritardando la paternale che mi farà certamente per il mio programma ministeriale. Ormai non c’è rimedio!

E si riavvoltolò fra gli scialli, per cadere in letargo, che non era sonno, dormiveglia rassomigliante al sopore prodotto dall’hascis, una specie di sonnambulismo, colla percezione vaga della realtà.

Dormiva, sognava avendo coscienza del suo essere.

Sognava le cose più bizzarre: lui ritto al suo banco di deputato, difendendo eloquentemente la propria elezione contestata, e il presidente che imponevagli silenzio, scotendo un’enorme campana che rintoccava a morto. L’aula gremita di colleghi rumoreggianti, spaventosamente sfigurati... come l’Uomo che ride di Vittor Hugo. Un incubo orribile! I due ritratti marmorei di re, sovrapposti al banco presidenziale, movevano il capo a guisa di figurine chinesi, e Giuliano non comprendeva, se per assentire o diniegare. E su, su, presso la tettoja, fra le nuvole, come Madonna aerante in un quadro rappresentante il martirio di un santo, la visione della sua Adele, però, non benedicente e promettente la beatitudine nella eternità, le gioje del paradiso, come le Madonne dei quadri sacri; pallida, corrucciata, era la più commovente e squisita imagine del dolore.

Con uno sforzo di volontà, Giuliano si sottrasse all’incubo opprimente rizzandosi in piedi. Riavendosi, infinita la gioja al pensiero che non era stato che un sogno.

Abbassato il cristallo, si riaffacciò allo sportello respirando a pieni polmoni la brezza notturna.

La vaporiera correva a precipizio sulle alture dominanti il golfo della Spezia. Il mare era fosforescente come il cielo tutto azzurro e argento.

— È il caffè preso a Genova che mi ha dato l’incubo, pensò, tentando dissipare il malessere morale lasciatogli dal sogno.

Preferiva farne colpa al caffè, per non convenire dello stato d’animo suo, ingombro di incertezze e di tetri presentimenti.

La successione continua, importuna di buje e fumose gallerie, lo costrinse a ritirarsi rialzando il cristallo; ma, temendo nuovi sogni, tolse il paralume alla lampada disponendosi a leggere i giornali comperati alla stazione di Genova.