Ettore si ingannava. In quell’ora di sospetti, di recriminazioni, di vendette, non bastava aver saldato i proprî conti coll’Istituto Romano; il fatto solo, per un uomo politico, di aver avuto affari con quello stabilimento d’emissione, sentiva di broglio, diventava reato.

Logica nuova, ma la politica non ha bisogno di logica. I colpevoli trascinavano nella loro caduta a fascio gli innocenti... Al tempo soltanto la giustizia.

Nelle mani del governatore simoniaco, peculatore e falsario, rimanevano almeno dieci lettere di Giuliano chiedenti sconti, esprimenti simpatia per la causa dell’Istituto, nella lotta che si combatteva sui giornali ed alla Camera in favore e contro quell’Istituto, minacciato di soppressione a favore della banca unica.

Quelle dieci lettere imprudenti, dettate da Ferretti, in mano a Talleyrand sarebbero bastate a far impiccare dieci uomini, anche non politici... A ciò non pensava Ruggeri, mentre andava alla ricerca dell’amico per annunziargli l’esito felice delle sue pratiche.

Gli affari di Giuliano eran stati salutare distrazione al cordoglio che lo straziava. La missione compiuta, ricadde nella malinconia disperata, compagna nel triste viaggio di ritorno da Miralto.

I grandi dolori non si possono simulare, anche dagli uomini più rotti alle lotte della vita. Quando Ettore salì la scalca esterna di Montecitorio, alcuni deputati in crocchio notarono la di lui preoccupazione...

Che anche gli ex ci siano nella nota del senatore Arisi? disse qualcuno.

— Evvia! non è più deputato da dieci anni!

— Che importa? Chi ti dice che le sue sofferenze non datino da quell’epoca?

— Possibile... La faccia di sofferente ce l’ha... Si direbbe che esce da una malattia...