— Ti raccomando di far presto. Ritorna colle cambiali... Fra un’ora devi essere alla Camera... Sollecita!
Nella fretta, Giuliano usciva senza salutare... Sul limitare ristette pentito; ritornò ad Ettore:
— Come ringraziarti di tutto ciò che hai fatto per me?
— Non ringraziarmi... Va, e ritorna presto. Io sono sulle spine per quelle tue cambiali, più che se fossero in mano del notajo per il protesto.
— Buon Ettore!
E giulivo abbracciò l’amico in un impeto riconoscente...
— Fra venti minuti sarò di ritorno... non temere, non tarderò.
Nell’uscire il suo sguardo cadde su di un vaso riboccante di fiori sciolti; ne tolse un garofano rosso, se lo mise all’occhiello dell’abito e sparì correndo, mandando ancora un saluto ad Ettore, che, rimasto solo, ritornò al suo pensiero dominante, a Stella. La distrazione cessata, il dolore riprendeva il suo impero.
L’eleganza di quella camera da letto, quantunque nel massimo disordine, rivelava la mano intelligente ed affettuosa della donna, i mille ninnoli rovinosi e inutili, sparsi sui mobili, regalucci da innamorati, e fiori... Fiori smaglianti e profumati agonizzavano nei vasi giapponesi, fiori avvizziti, appuntati a mazzolini cogli spilli al grande arazzo della parete, contro la quale poggiava il letto di Giuliano, eran tutto un calendario di giorni felici.
— Giuliano rientra la notte e non getta il fiore donatogli, lo appunta alla parete, pensava malinconicamente Ruggeri.