— Le cambiali? gli chiese rudemente.
— Eccole... Le aveva ritirate, per incarico della marchesa, il commendatore Cerasi... Passai a palazzo Braschi a riprenderle...
— Sta bene! Ora vattene alla Camera, vacci a testa alta... Per oggi il tuo onore è salvo; non contare mai più su di me. Che Dio, il destino, ti ajutino... Il mio còmpito di bambinaja è finito!
Giuliano rimase atterrito al brutale congedo. Nell’egoismo di fanciullo viziato, egli non aveva mai pensato che l’appoggio di Ruggeri gli potesse mancare, del quale, specialmente in quell’ora, sentiva l’assoluta necessità.
Fissò in volto l’amico, collo sguardo cerulo, del color del mare, direbbe il poeta, sguardo attonito e impaurito, come quello di un piccolo eroe de’ racconti di fate, minacciato dell’abbandono della provvida guida in oscura, paurosa foresta...
— Ettore, mi abbandoneresti, ora che ho maggior bisogno di te?
— E che posso io fare? Non eri tu jeri lo sposo ed il padre più felice; non sei tu oggi l’amante più fortunato? Avevi un patrimonio pazientemente ammassato da tuo padre. L’hai in pochi mesi dilapidato...
«Che vuoi ch’io faccia? Il tuo onore era compromesso, ho tentato salvarlo, spero esservi riuscito. Ora a te. Hai appena trent’anni... Quindi, se saprai, se vorrai, l’avvenire può essere tuo.
«Io partirò presto... Domani a Miralto per i funebri della madre di Stella... Poi riprenderò la rotta pel capo Horn; presso le coste cilene, nell’immenso Pacifico, vi è un’isola che si chiama della Desolazione: quella la mia terra di deportazione.
— Morta la madre di Stella! E non mi hai detto nulla?