Fantasticando sottosegretariati e portafogli, si riaddormentò per non svegliarsi che ai primi crepuscoli dell’alba, i quali illuminavano il deserto preannunziante la capitale.
Il deserto da Grosseto a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma.
Pure quale spettacolo ai bagliori dell’aurora, la sterile, monotona pianura!
Nella interminata distesa, che col mare si confonde, le ondulazioni del terreno vi sembrano marosi pietrificati dal tempo, forse dalla maledizione delle divinità bandite. La malaria sovrana e la desolazione. Alla spiaggia, sentinelle di pietra rovinanti, le torri medioevali poste in vedetta contro le scorrerie dei defunti Saracini... Un turrito castello e poi nulla... pochi alberi e l’orizzonte infinito. Nessuna traccia della operosità umana. Solo segno di vita, rare mandre di cavalli, di bovini guardate dal buttero dal brigantesco cappello acuminato, dalla lunga lancia; immobile, quasi statua equestre di un leggendario Gasparone.
Branchi di pecore, che brucando marciano lentamente, compiendo il loro annuo pellegrinaggio dalla montagna arida e brulla alla sterile pianura, e null’altro.
La vaporiera corre rapida, senza soffermarsi alle rare stazioni, nel deserto perdute, come oasi avvertite dal verde fogliame di pochi eucalipti malinconici; corre a precipizio salutata dai latrati dei cani, guardiani di greggi, dai febbricitanti cantonieri che con mano tremante reggono i guidoni d’avviso, accompagnata dallo sguardo attonito del bove dalle lunghe corna, filosoficamente ruminante.
Contrasto, un cielo cristallino, tutto azzurro, il mare scintillante come d’acciajo brunito e il sole roseo splendente dalle vette del lontano Appennino, festa di luce e di colori, sul cimitero desolato di ville e città, di portentosi ricordi.
Chi mai colla imaginazione potrebbe ricostruire ciò che fu quel deserto? Ove bruca la capra e nitriscono i puledri selvaggi, fra città monumentali, ferveva la vita degli accampamenti romani, là si addestravano le legioni, sorte al percotere del piede del consolo; là si apprestavano le spedizioni alla conquista del mondo.
E le spiaggie, ora inabitate, brulicanti, eran tutto un cantiere; da quelle spiaggie si sposavano al mare le galere rostrate vincitrici di Cartagine! Oggi neppur le rovine, che dico? neppur la leggenda di tanta grandezza. Da Civitavecchia al Tevere, neppure un rudero richiama l’attenzione del viaggiatore. Anche la leggenda esulò, colle popolazioni fuggenti la vendetta dei barbari. La leggenda si è spenta... Il pastore vi canta su ritmi orientali la Gerusalemme Liberata; i nomi soltanto delle località rammemorano qualche volta le grandezze antiche, non dal popolo ricordate, esumate pazientemente dall’archeologo.
La locomotiva al ponte mobile di San Paolo rallentò ululando con furore, onde preavvisare l’arrivo del treno, chiedere la via e provocare il segnale.