La comunicazione era aspettata, pure un bisbiglio si sollevò dall’assemblea, bisbiglio subito represso dagli zittìi universali e da un rintocco del campanello. Udite! Udite!

Per nessuna catastrofe di dramma, a nessuna Corte d’Assise, nell’imminenza del verdetto, l’ansiosa aspettazione del pubblico fu maggiormente tesa.

La lettera del procuratore del re al presidente della Camera particolareggiava minutamente le prime indagini della giustizia dopo l’arresto degli imputati appartenenti all’Istituto Romano e complici. Dalle deposizioni degli accusati, dai documenti sequestrati appariva che ingenti somme di danaro furono spese dall’Istituto nell’intento di ottenere l’approvazione della «legge per la proroga del privilegio della emissione dei biglietti di banca», legge dal Parlamento votata infatti.

Giuliano, ricordando di aver appunto scritto qualche cosa in proposito al direttore dell’Istituto, non dubitava più di essere compreso fra gli accusati; si sentiva morire, avrebbe voluto essere cento metri sotterra.

Nella tensione d’animo in cui si trovava, tanto apparsagli chiara la propria compromissione, sarebbe svenuto, se, in quel mentre, un usciere non gli avesse recato una lettera dai noti caratteri... L’aperse e, con difficoltà per la vista ottenebrata, potè decifrare:

«Giuliano,

«Ritorno ora dall’ufficio del procuratore generale. Nessuna accusa contro di te.

«L’inchiesta trovò regolarissimi i tuoi conti... Le tue lettere inconcludenti... Salvo! Ed io, nella felice certezza, ti amo ancor più.

«Giulia.»

L’onorevole Sicuri non credette a’ suoi occhî... Rilesse nuovamente per convincersi di non aver errato... Alzò lo sguardo alla tribuna della presidenza, come per aver un’affermazione di quella notizia che poteva essere una pietosa bugia; riconobbe l’amica, indovinò il di lei sorriso... Giulia salutava scuotendo leggermente il fazzoletto, raggiante di gioja.