— Giuliano è sempre più aggravato; a me incombe l’obbligo di avvertire la contessa Sicuri... Sarà bene, quindi, ch’ella lasci il posto di suora a chi ha il dovere ed il diritto di occuparlo.
— Mi scaccia? chiese quasi supplicante Giulia.
— Non lo dica... La parola è dura e non risponde alla verità. Vi sono esigenze più forti della nostra volontà... Sarà mia cura mandarle notizie replicatamente ogni giorno. Ella deve comprendere che la contessa, già abbastanza infelice, non deve incontrarla qui.
Giulia non rispose; non aveva argomento da opporre. Solo argomento il suo amore, la ragione appunto per cui la di lei presenza in quella casa diveniva incompatibile. Lo comprese e chinò il capo rassegnata.
— Quando verrà la contessa? chiese, gli occhî pieni di lacrime.
— Non so... Le telegraferò ora... Domani certamente.
— Dunque fino a domani? Acconsente?
— Dovrei dirle di no. Fra poco la notizia della malattia di Giuliano sarà divulgata... I visitatori affluiranno... Ho data la consegna di non lasciar passare alcuno, eccezione per l’onorevole Lastri; ma una indiscrezione dei domestici... Se la contessa venisse a sapere che il suo posto era preso da lei...
Giulia asciugò gli occhî e lentamente, a ritroso, raccolse i suoi oggetti sparsi per la camera, il cappello, i guanti, l’ombrellino, l’enorme portafogli in lampasso antico trapunto, con lentezza, per ritardare di qualche minuto la sua andata; assestò il cappello davanti lo specchio. Quando non ebbe altri pretesti a ritardare, posò sul tavolino da notte del malato una boccetta d’oro da sali, ricordo, della visita sua, e fattasi incontro a Ruggeri, il quale, ritto, ai piedi del letto, la considerava commosso, gli porse la piccola mano inguantata:
— Conto sulla sua parola, signor Ruggeri; mi mandi notizie tre o quattro volte al giorno... E... e, soggiunse, se la contessa non venisse, mi richiami.